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Lunedì, 04 Aprile 2022 07:44

Chi è davvero Zelensky

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Prima l’appoggio del ricco oligarca Kolomoisky, poi eletto perché prometteva la pace con la Russia, infine i soldi occultati nelle società offshore e i legami col battaglione Azov. Definito da molti il “Beppe Grillo ucraino”: chi è davvero Zelensky?

La storia di Zelensky

Al di là della martellante epopea bellica spacciata dai cosiddetti giornalisti, forse è opportuno ristabilire la verità storica, a partire da due evidenti contraddizioni.

La prima: lo Zelensky candidato e, poi, presidente eletto, era colui che prometteva di fare la pace con i russi e di porre fine al conflitto nel Donbass.

Ai tempi delle presidenziali le sue posizioni coincidevano con quelle dello schieramento vicino a Mosca, ormai secondo partito nel Parlamento ucraino. Lo stesso ex presidente, Petro Poroshenko, lo accusò di aver vinto il primo turno delle elezioni grazie all’intervento di «agenti del Cremlino». Proprio lui, accusato di collaborare col nemico, oggi si ritrova sotto le bombe di Putin.

Secondo, e più rilevante paradosso: il populista Zelensky doveva essere il candidato anti oligarchi. Eppure Ihor Kolomoisky, il suo sponsor politico è stato uno dei più influenti (e sicuramente il più controverso) oligarca ucraino, con cittadinanza anche israeliana e cipriota. Oggi Kolomoisky è il terzo uomo più ricco dell’Ucraina con una fortuna stimata di 2,4 miliardi di dollari, presidente della squadra di calcio del Dnipro e, soprattutto, dell’emittente 1+1, la rete che ospitava la serie “Servitore del popolo”. Questa fiction consacrò la popolarità dell’ex comico, nei panni di un insegnante inaspettatamente eletto presidente. E il nome dello sceneggiato sarebbe poi diventato quello del partito di Zelensky, il quale lanciò la candidatura, il 31 dicembre 2018, proprio su 1+1, facendo ritardare la messa in onda del discorso di fine anno del presidente in carica, Poroshenko. L’attore si giustificò alludendo a un problema tecnico. Ma era inevitabile sospettare dello zampino di Kolomoisky, da anni in rotta con Poroshenko. Quest’ultimo, nel 2015, gli aveva sottratto la poltrona di governatore dell’oblast di Dnipropetrovsk. Come mai? Kolomoisky aveva commissionato un clamoroso assalto armato a UkrTransNafta, la compagnia di Stato che si occupa di trasporto del petrolio e di cui Poroshenko aveva silurato il presidente, persona di fiducia dell’oligarca. In Ucraina, succedono pure cose del genere.

Il piano di Kolomoisky

Zelensky, il cui consigliere legale era stato avvocato di Kolomoisky, era quasi onnipresente su 1+1. Emblematicamente, fu la voce narrante di un documentario su Ronald Reagan, «il grande comunicatore». Secondo Politico.com, sito americano non passibile di simpatie per lo zar russo, i media di Kolomoisky hanno garantito «sicurezza e supporto logistico alla campagna del comico». È stato come se il facoltoso ex governatore avesse incoronato un delfino, per abbattere il detestato Poroshenko. Costui, in effetti, è caduto in disgrazia dopo la sconfitta alle urne: inquisito per tradimento e supporto anche finanziario a organizzazioni terroristiche filorusse nel Donbass, a gennaio gli sono state requisite le proprietà, gli è stato tolto il passaporto e gli è stato imposto l’obbligo di dimora a Kiev. Vendetta compiuta.

I finanziamenti a Zelensky

Nell’intreccio tra il miliardario senza scrupoli e il «presidente eroe», non è chiaro in che misura siano implicati finanziamenti diretti. È comunque assodato che il legame abbia riguardato partite economiche scottanti. Pandora Papers è il nome dell'inchiesta che ha svelato patrimoni offshore di leader mondiali e miliardari. Si è trattato di un'inchiesta giornalistica dell'ICIJ, l'International Consortium of Investigative Journalists, che racconta le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali di leader mondiali, vip e miliardari.

Lo scorso ottobre, proprio dai Pandora papers si è appreso che Zelensky, il suo consigliere, Serhiy Shefir e il capo dei servizi di sicurezza, Ivan Bakanov, controllavano una rete di compagnie offshore alle Isole Vergini, a Cipro e in Belize. Prima di essere eletto, Zelensky aveva trasferito le sue quote a Shefir, ma si sarebbe assicurato che i soldi di quelle società giungessero lo stesso alla sua famiglia. Forse associabile a questo scandalo, un documento già tirato fuori, nella fase più calda della campagna per le presidenziali, dall’entourage di Poroshenko, secondo cui l’attore e i suoi soci nella casa di produzione Kvartal 95 avevano ricevuto 41 milioni di dollari di finanziamenti da Privatbank. Ovvero, l’istituto di credito di cui Kolomoisky deteneva l’80% del portafoglio prestiti.

Dettaglio non trascurabile: nel 2016, l’oligarca è stato accusato di appropriazione indebita di 5,5 miliardi di dollari attraverso una filiale di PrivatBank a Cipro, “un importo equivalente a circa il 5% del prodotto interno lordo del paese”, scrive l’OCCRP.

Il sostegno dell'occidente e i fondi offshore

Dopo il colpo di stato di Maidan nel 2014, l’Occidente ha iniziato a sostenere il governo ucraino con 20 miliardi di dollari (17 dalla Ue, il resto dagli Usa). Parte di quel denaro è scomparso in circostanze misteriose, presumibilmente tramite banche di proprietà di oligarchi come PrivatBank. Secondo Gateway Pundit, alcuni di essi potrebbero anche essere andati alla campagna elettorale della Clinton.

Il 2 marzo 2022, l’uomo d’affari ucraino Mikhail Watford, uno degli accusatori di Kolomoisky sui fatti della PrivatBank, è stato trovato misteriosamente impiccato nella sua villa fuori Londra.

I giornalisti investigativi dei Panama papers (il sistema di evasione fiscale globale che ha svelato i segreti del settore finanziario offshore), hanno messo nero su bianco che le compagnie offshore di Zelensky avevano ricevuto pagamenti da Kolomoisky: la sua 1+1 ha acquistato serie tv, spettacoli e film realizzati da Kvartal 95. Ma per avere un’idea più precisa su chi sia il grande burattinaio della carriera politica dell’ex-comico, bisogna forse partire dal reportage pubblicato a fine Marzo da Repubblica e firmato da Bernard-Henri Lévy. Filosofo francese, arcinemico dei sovranisti, presente in piazza Maidan nel 2014, dove arringò la folla che infiammava la rivoluzione filoccidentale, l’intellettuale è appena stato in visita a Odessa. Lì, si è fatto immortalare mentre passeggiava tra i soldati, in compagnia di un uomo in mimetica, Maksim Marchenko. Cosa c’entra tutto ciò con Zelensky e Kolomoisky? È presto spiegato.

Governatore militare dell’oblast di Donetsk, Marchenko fu, dal 2015 al 2017, comandante del battaglione Aidar, cospicuamente finanziato, guarda caso, da Kolomoisky e macchiatosi di crimini di guerra. Occhio: le imputazioni non arrivano da cyberbulli al soldo del Cremlino; le ha formulate Amnesty international.

Scoppiata la guerra nel Donbass, l’oligarca-governatore non è andato per il sottile. Anzi, ha lavorato alla fondazione di alcuni reggimenti nazionalisti per fermare il separatismo. È il caso del Dnipro 1, sulle cui violazioni dei diritti umani è stato addirittura prodotto, nel 2016, un rapporto Onu.

Kolomoisky è anche tra i sovvenzionatori del battaglione Azov, protagonista del massacro di Odessa nel 2014 e sulla cui ispirazione neonazista, adesso negata dai suoi membri, si è molto scritto ultimamente. Qui basti ricordare che Zelensky - che a sua volta avrebbe favorito la creazione di un corpo di volontari nel Donbass - da presidente, ha concesso la cittadinanza a 9 foreign fighters, 3 dei quali arruolatisi nell’Azov.

Sempre nel 2014, Burisma Holdings, la più grande compagnia di gas naturale in Ucraina, ha assunto Hunter Biden, figlio del presidente Usa, con uno stipendio di 83.000 dollari al mese, nonostante non avesse alcuna esperienza in Ucraina o nel settore energetico. Un’indagine su Burisma Holdings in Ucraina condotta dall’AntiCorruption Action Center (AntAC), ha scoperto che il vero proprietario di Burisma Holdings non era altro che il miliardario ucraino Ihor Kolomoisky.

A onor del vero, nonostante le lamentele sui trattamenti fiscali di favore di cui avrebbe goduto Kolomoisky, va ammesso che Zelensky si è poi affrancato dal mentore politico. A settembre 2021, ha fatto approvare una legge per limitare l’influenza degli oligarchi, probabilmente costata un attentato al suo stretto collaboratore, Shefir, per fortuna fallito.

Da ultimo, Zelensky è riuscito a liberarsi anche di un altro impresentabile: l’ex ministro dell’Interno, Arsen Avakov. In carica dal 2014, si diceva avesse messo in piedi una rete di protezione a beneficio del crimine organizzato e delle milizie di estrema destra. Otto anni fa, il rabbino capo ucraino, Yaakov Bleich, gli rinfacciò la promozione al vertice della polizia, nell’oblast di Kiev, dell’allora vicecomandante del battaglione Azov. Zelensky, sebbene ebreo, ha comunque beneficiato dell’ostilità di Avakov a Poroshenko. In politica, il fine giustifica i mezzi…

L’Ucraina è un Paese difficile, a lungo governato da élite colluse e corrotte, terra di conquista per la Russia, nuova frontiera dell’allargamento di Ue e Nato, che hanno alimentato rovinose ambizioni di integrazione euroatlantica a costo zero. In questo contesto, qualunque uomo onesto affonderebbe nel fango. Sì: la tuta verde, l’oratoria, la resistenza tenace. Ma a Zelensky, forse, non è mai bastato essere semplicemente un «servitore del popolo».

(Fonte: La Verità, Money.it, Uncutnews.ch, Thegatewaypundit.com)

 

Letto 277 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Aprile 2022 08:11

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