Vox Italia | Costituzione e Futuro - Blog https://voxitalia.net Mon, 06 Dec 2021 06:09:58 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it La Teoria Gender: il deserto avanza https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/88-la-teoria-gender-il-deserto-avanza https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/88-la-teoria-gender-il-deserto-avanza La Teoria Gender: il deserto avanza

La Teoria Gender

Gender è un termine controverso che oggi si sente nominare, spesso a sproposito; ancora più spesso per negarne l’esistenza. Ma esiste davvero una teoria gender? O hanno ragione i cosiddetti debunker, quando ne negano l’esistenza? Vediamo chi sta mentendo e perché.

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Il mondo nuovo del terzo millennio

Il gender, o "ideologia del genere", non è che uno degli aspetti di una degenerazione ben più ampia, a sua volta sommatoria di tante degenerazioni di carattere culturale, morale, politico e religioso. Ma è anche un fenomeno interessante, perché è il simbolo del totalitarismo del terzo millennio, questo totalitarismo strisciante che si presenta travestito con i paramenti sacri della democrazia e che si autoalimenta con l'illusione della libertà e del progresso. Evidentemente per dominare i sudditi, per tenerli saldamente in pugno, non basta più affamarli, spogliarli, censurarli, stordirli, isolarli, ma è necessario anche disintegrare la loro identità più profonda. Il traguardo delle oligarchie dominanti, delle tecnocrazie sovranazionali, è quello di edificare il mondo nuovo, abitato dall'uomo nuovo, dove l'uomo nuovo è l’ominide di serie, sottomesso ed eterodiretto, ma persuaso di sentirsi autodeterminato, libero, disinibito, padrone incontrastato della propria esistenza, capace persino di scegliersi la propria natura un po’ come si potrebbe fare con un abito.

L’ideologia del gender. Realtà o suggestione?

Ecco qual è l’ideologia alla base del gender: gli individui non sono quello che sono, come madre natura li ha fatti, ma sono quello che si sentono di essere e così anche gli altri li devono intendere; e questa percezione che le persone hanno di sé stesse può essere anche mutevole, in un processo autopoietico senza limiti. È come se la nostra identità, che in primis è identità sessuata, secondo questa teoria diventasse il frutto della nostra auto-determinazione. Quindi non c'è più una realtà oggettiva, ma è la mia fantasia, la mia auto-suggestione, il mio desiderio, a creare la realtà. Intorno a questo nucleo ideologico fondamentale, si è dipanato tutto un sistema di idee che punta proprio a scardinare lo statuto dell’umano; punta a stravolgere i capisaldi della vita individuale e della vita collettiva.

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Ma tutto questo non è nato per caso, ma è il frutto di una lunga progettazione, di un'elaborazione durata decenni nelle centrali di potere sovranazionale; se infatti guardiamo la genesi storica del gender e poi la sua carriera trionfale, ci accorgiamo di essere di fronte ad una storia che è stata scritta e orchestrata al di fuori dei radar della gente comune. Non l'abbiamo vista arrivare, perché diretta da una potente regia sovranazionale; poi è stata attuata passo dopo passo dalle sue truppe che sono state infiltrate nei gangli vitali delle istituzioni. Istituzioni sovranazionali, europee e nazionali. Nel frattempo noi tutti abbiamo subìto quasi passivamente questa imposizione, perché il nostro sistema immunitario è stato fiaccato dall'azione della propaganda; una propaganda che è partita in sordina, si è fatta via via sempre più martellante, sempre più pervasiva, fino a spargere dappertutto il gas tossico dell'ideologia e fino a convincerci di dover pensare quello che altri pretendono che noi pensiamo, annullando in noi anche ogni capacità di reazione.

propaganda

Per fare attecchire questo sistema di idee che è chiaramente artificioso, è necessario instillare questi modelli fin dalla più tenera età. Secondo questa strategia bisogna instillare precocemente questo sistema di idee e contemporaneamente estirpare quelle categorie che una persona, un bambino tipicamente, assorbirebbe dalla osservazione della realtà, e quindi principalmente in famiglia. È una tecnica estremamente violenta, che però troviamo ricorrente nei documenti che si riferiscono alla teoria.

L’istruzione come mezzo di controllo

La tappa finale di questo progetto egemonico è l'invasione di campo dell'educazione. Perché espugnando l'educazione ci si impossessa delle nuove generazioni e quindi si monopolizza il futuro. C’è un brano di Bertrand Russell, sull'impatto della scienza sulla società del 1951, che esprime molto bene questo concetto. “Di tutti i metodi - dice Russell - il più influente si chiama istruzione. Possiamo sperare che nel tempo chiunque potrà convincere chiunque di qualunque cosa, a patto che possa lavorare con pazienza sin dalla sua giovane età e che lo Stato gli dia il denaro e i mezzi per farlo”. Poi continua “i socio-psicologi del futuro avranno a loro disposizione un certo numero di classi di scolari sui quali collauderanno differenti metodi per far insorgere nel loro animo l'incrollabile convinzione che la neve sia nera. Si constaterà rapidamente qualche problema: in primo luogo che l'influenza della famiglia è un ostacolo, in seguito che non si andrà molto lontano se l'indottrinamento non sarà iniziato prima dell'età di 10 anni; in terzo luogo che dei versi messi in musiche ed eseguiti a intervalli regolari sono assai efficaci e in quarto luogo che credere che la neve sia bianca dovrà essere visto come il segno di un gusto malato per l'eccentricità”.

La scuola asservita al totalitarismo

Evidentemente la pietra di inciampo, lo dice anche Russell, è la famiglia, ultima isola di autonomia e di libertà morale, quando c’è. E comunque è nella scuola che si forgiano le nuove generazioni, quindi la scuola è nel mirino dei riformatori. Infatti la scuola italiana, che è un sistema scolastico che ci era invidiato e ammirato dal mondo intero, è stato praticamente demolito con una prepotente accelerazione negli ultimi tempi, con la cosiddetta “Buona scuola”, buona per autocertificazione. Chiunque abbia a che fare con la scuola, non può non aver notato un prepotente cambio di passo negli insegnamenti che vengono somministrati agli scolari, e ultimamente con una vera e propria alluvione di corsi di ogni tipo, di iniziative, di attività pseudo-educative. Per esempio, la cittadinanza attiva, la cittadinanza europea, l'inclusione, la sessualità e l'affettività, la legalità, la salute. Tutto questo armamentario variopinto, in realtà è un blocco ideologicamente piuttosto compatto, che viene inserito in orario curricolare e che quindi rapina un monte ore poderoso alle materie fondamentali e che viene spesso appaltato a cosiddetti “esperti”, esterni al corpo docente. In questo modo si toglie alla scuola il suo contenuto propriamente culturale e si fornisce agli allievi un becchime variegato, che è chiaramente orientato a instillare un pensiero unico precotto e devitalizzato.

buona scuola

Nell’arco di pochi anni i libri di testo sono stati depauperati di tantissimi contenuti. Un sintomo evidente è anche la recentissima riforma dell'esame di maturità, dove è stata tolta dalla prova principale dell'esame di Stato il tema di storia. Anche questo è un sintomo piuttosto preoccupante. Si preferisce scivolare verso l'attualità, che è comprensibile in questo quadro, perché l'attualità è contigua alla cronaca; e la cronaca è appannaggio dei mezzi di comunicazione che sono asserviti al mainstream. E quindi tutto converge verso questo indottrinamento, pur mascherato dietro delle etichette, tutto sommato rassicuranti, che appaiono edificanti e che quindi sono anche difficilmente contestabili. Ciò che si chiede alla scuola è di fornire del materiale umano obbediente e di facile manipolazione, perché evidentemente chi è culturalmente depresso non cede alla tentazione di pensare ed è particolarmente prono ad assorbire i dogmi che sono funzionali al dominio dei pochi sui molti, che vengono storditi, addomesticati al suono delle parole magiche e al suono di questi slogan di ordinanza.

Il degrado della formazione

L'obiettivo qual è? L'obiettivo è l'azzeramento identitario, di un'identità che è culturale ma anche identità nazionale e identità religiosa. E ora, lo abbiamo visto, è anche identità sessuale. Sono in produzione seriale generazioni senza memoria, quindi senza storia, senza patria, senza famiglia. Generazioni invertebrate, che quindi non trovano in sé stesse il vigore necessario per reagire al proprio annientamento programmato. Individui incolti, svirilizzati, privi del senso del sacrificio, privi dell'attitudine al combattimento, lasciati fluttuare in un eterno presente iper-tecnologico e globalizzato. Infatti a scuola troviamo la tendenza all'omologazione culturale; che poi è sempre omologazione verso il basso, dove il dissenso è bandito per legge, e gli insegnanti sono purtroppo chiamati ad essere una sorta di guitti all'insegnamento dell'audience. Se oggi qualche oasi di scuola ancora propriamente formativa resiste al diserbante che è stato sparso a piene mani, bisogna dire grazie agli insegnanti che mantengono la propria posizione, nonostante il trattamento degradante, non solo economico, loro riservato.

Quindi la “buona scuola” si è ridotta ad essere da un lato un contenitore ricreativo, dall'altro un laboratorio di snaturamento etico-sociale collettivo, sulla scorta di pacchetti preconfezionati nelle centrali di potere sovranazionale, e successivamente recepite dalle burocrazie nostrane al grido di “Lo vuole l’Europa”. Sono tantissimi i progetti che hanno la caratteristica di entrare a gamba tesa nella sfera più intima, più personale e più privata del soggetto in via di formazione. Ce ne sono di più aggressivi, anche molto fastidiosi, molto spinti; ce ne sono altri apparentemente più innocui, perché più subdoli; ma in estrema sintesi tendono tutti a inoculare nei bambini queste dinamiche:

  • prima di tutto, che ciascuno debba essere libero di scegliersi il proprio genere identitario, a prescindere dal dato sessuale biologico-anatomico e a seconda della percezione che ha di sé stesso;
  • in secondo luogo, che i ruoli, gli atteggiamenti, le inclinazioni tipicamente maschili e femminili, che chiunque assorbe e sperimenta, innanzi tutto in famiglia, vanno bollate come stereotipi, e come tali sono da demolire;
  • terzo, che la famiglia non si fonda sull'unione tra un uomo e una donna, ma su ogni tipo di convivenza;
  • poi che l'omosessualità e la transessualità, in genere le sessualità diverse, debbono essere ritenute come una normale variante della sessualità e anzi devono essere promosse come un valore per la società;
  • e infine che il linguaggio e le pratiche della sessualità debbono essere insegnate e recepite fin dall'età prescolare secondo una visione pansessualista dell'esperienza umana che vuole un’erotizzazione precoce dei bambini.

bambini indifesi

Ora è evidente come tutto questo rappresenti una micidiale manipolazione dei naturali processi cognitivi del bambino, che oltretutto è completamente indifeso di fronte all'adulto; a maggior ragione se questo gli si presenta davanti nei panni autorevoli dell'educatore o dell'esperto. È bene sottolineare che, a prescindere dal grado di aggressività, questi corsi costituiscono tutti un'invasione di campo da parte dell'istituzione scolastica di un compito che tradizionalmente è riservato alla famiglia e ai genitori, come sancito dall’articolo 30 della Costituzione.

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Perché ogni bambino, ogni ragazzino, ogni adolescente ha tempi e modi propri di maturazione psico-fisica ed è logico che la persona che a lui è più vicina sia in grado di meglio seguirlo, e di meglio guidarlo in questa crescita. E che la scuola si appropri di questo compito fondamentale della famiglia è un evidente abuso che viene perpetrato attraverso la trappola scientista, quando si dice che gli esperti sono maggiormente titolati rispetto ai genitori. Ma in realtà questa sfera privatissima non ha nulla a che fare con la scienza, cioè il metodo sperimentale tipico della scienza è inapplicabile alla parte più intima della persona.

Il ruolo delle organizzazioni sovranazionali

Tutto questo però risponde ad un piano ben preciso, che è stato ordito dalle organizzazioni, dagli organismi che erano operativi sul fronte del controllo delle nascite fin dal secondo dopoguerra, in particolare la Planned Parenthood Federation, la Siecus, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tutti operanti nell'orbita dell'Onu. La Planned Parenthood Federation è stata fondata nel 1946 da Margaret Sanger, che diceva, come precisato nelle loro dichiarazioni di intenti, che i bambini devono essere educati obbligatoriamente alla sessualità e che l'educazione sessuale è uno strumento formativo fondamentale per ridurre la popolazione. Ed è stata proprio la Planned Parenthood Federation a stilare per l'Organizzazione mondiale della sanità, alla fine degli anni ’60, un memorandum strategico con l'obiettivo di ridurre la fertilità umana, che indicava come ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio, e come incrementare percentualmente l'omosessualità.

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Arrivando ai giorni nostri, ci sono dei documenti, in particolare le famose linee guida dell'Oms, scritte dalla Agenzia europea dell’Oms, sempre sotto l'egida dell'Onu, che risalgono al 2010. Il documento “Standard per l'educazione sessuale in Europa” è diretto alle scuole, agli operatori sanitari e ai governi. Queste linee guida offrono un modello che illustra nel dettaglio il tipo di insegnamenti che vanno somministrati ai bambini a partire dalla più tenera età. Le griglie sono proprio 0-4 anni, 4-6 anni, 6-9 anni, ecc. Per esempio, nella fascia 0-4 anni sono previste informazioni aventi ad oggetto gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce, scoperta del proprio corpo e dei genitali, diversi tipi di relazione, diverse relazioni familiari, diritto ad esplorare la propria identità di genere, ruoli di genere; nella fascia 4-6 anni: informazioni avente oggetto amore verso persone dello stesso sesso, relazioni con persone dello stesso sesso, sensazioni legate alla sessualità, quindi piacere, eccitazione, ecc. C'è anche un documento più recente dell’Unesco, che è stato adottato in seno all'agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile, che si intitola “Guida tecnica per l'educazione sessuale” e che più o meno riproduce gli stessi contenuti. Ma per focalizzarci sull’Europa, esiste la risoluzione Rodríguez del settembre del 2015, che invita gli Stati membri ad adottare i “Programmi globali” (sono chiamati proprio così) di educazione sessuale per le scuole primarie e secondarie, in vista della promozione dell'identità di genere. La guida dice espressamente che “l'Unione europea crede fortemente nel potenziale trasformativo dell'istruzione nel sostenere la causa dell'uguaglianza di genere”. L'obiettivo dichiarato “è quello di assicurare l'eliminazione degli stereotipi, del sessismo presente nei libri di testo, nel materiale didattico, nella letteratura, nei cinema, nei giochi, nei media, nella pubblicità e negli altri settori che possono contribuire a modificare l'atteggiamento, il comportamento e l'identità di ragazzi e ragazze”. Significa ad esempio che romanzi come “I Promessi Sposi” o la fiaba di “Cenerentola” sono da combattere perché veicolo di pregiudizi sessisti. Largo quindi alle nuove fiabe gender-free o a problemi di matematica in cui “Elisa e i suoi due papà devono comprare due pomodori…”.

Operare nell’ombra

Da questi ultimi documenti rileviamo come l'educazione sessuale, che poi si è arricchita di questo additivo rassicurante dell'affettività, che serve a rendere più digeribile ciò che in prima istanza potrebbe non esserlo, fa da apripista al gender. In altre parole, c'è una saldatura pressoché completa fra l'educazione sessuale e affettiva e il gender. E infatti il gender è entrato nelle nostre scuole in proporzioni ormai incontrollate. I genitori non se ne accorgono, perché entra mascherato da un lessico strumentale e ingannevole.

Una delle prime studiose del gender, Marguerite Peeters, diceva proprio che il gender procede mascherato; cioè ha un nucleo radicale, che è formato di assiomi indimostrati e indimostrabili, e che viene abilmente tenuto nascosto, e che è costituito dal cemento duro e puro dell'ideologia. Esistono poi una serie di cerchi concentrici, quelli più esterni, quelli a più ampio consenso, e sono quelli che vengono ammantati da tutto questo linguaggio di belle parole, uguaglianza, parità, non discriminazione e lotta agli stereotipi. A cosa serve tutto questo armamentario linguistico, coniato nelle centrali di potere sovranazionale, a cui l’Onu appartiene? La Peeters lo dice: per cambiare le cose non bisogna fare scontri armati, basta cambiare il nome o il significato del nome. È per questo che sono stati creati decine di nuovi lemmi, che risuonano nel linguaggio comune ed entrano nel lessico familiare. Contemporaneamente però questo stesso lessico entra anche nelle istituzioni, entra nei documenti internazionali, quindi ne risulta pervaso anche il sistema giuridico e la normativa scolastica. Questa modalità è tipica dei sistemi totalitari; organizzare cioè una sapiente opera di manipolazione, di perturbazione di tutto l'universo linguistico, logico, concettuale, proprio per spegnere nei sudditi i sensori di allarme e per generare ovunque assuefazione.

La finestra di Overton

L'uomo si abitua a tutto purché gli venga somministrato in piccole dosi. Ce lo dice Chomsky, con la famosa teoria della rana bollita; ma anche Overton, che ha sviluppato questo modello di ingegneria sociale.

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Overton era un politologo americano, che negli anni ‘90 ha dimostrato come sia possibile che un qualsiasi tabù possa essere infranto e gradualmente liberato nella società, purché lo si incanali in una serie di 6 passaggi progressivi. Overton fa la simulazione con il cannibalismo, partendo quindi da qualcosa di totalmente inaccettabile, addirittura disgustoso, poi passa per la fase radicale, in cui il fenomeno è ancora aborrito in linea teorica e anche vietato nella pratica, però comincia a profilarsi qualche deroga in casi limite, per esempio gli indigeni della Papuasia praticano il cannibalismo, ma non si tratta di cattive persone. Questa fase radicale, dice Overton, è quella decisiva, proprio perché il fenomeno penetra nella membrana del pensiero collettivo; dunque l’individuo non entra più in dissonanza cognitiva nel contemplarlo, e in questa fase sono molto efficaci, secondo Overton, anche le tecniche di shock; per esempio irrompono sulla scena degli estremisti che invocano a gran voce il cannibalismo libero. Di fronte a questa pretesa si cerca un compromesso e pare addirittura ragionevole cercarlo, cioè si innesca una contrattazione. E ciò significa che il fenomeno comincia ad essere in qualche modo metabolizzato. Ovviamente la comunicazione e l’appoggio dei media, hanno un'importanza primaria. Per esempio, casualmente, è uscito un film sul disastro aereo sulle Ande (Alive – Sopravvissuti), in cui i passeggeri riescono a sopravvivere cibandosi dei resti delle vittime. O, più recentemente nella serie proposta da Netflix “The Terror”. Ecco che anche qui si diluisce il senso di riprovazione e discriminazione che accompagna il fenomeno. Cioè, i cannibali devono riuscire a guadagnarsi nella pubblica opinione la qualità di vittime discriminate, in modo da ottenere un intervento rieducativo e correttivo sulla società, che viene caricata di sensi di colpa e deve ridisegnare il concetto di uguaglianza, attraverso il mito della minoranza oppressa. Fatto sta che il fenomeno viene metabolizzato gradualmente, si diffonde, fino a che constatiamo che non è più qualcosa di marginale, di completamente isolato, ma comincia ad avere una certa diffusione, e a un certo punto è pronto per essere lanciato verso l'ultima fase decisiva, quella della legalizzazione. In pratica, come diventare cannibali in 6 mosse.

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Le esperienze insegnano quanto sia imponente la qualità pedagogica della legge, perché nell'immaginario collettivo ciò che acquisisce il crisma della giuridicità diventa automaticamente anche buono, quindi si identifica ciò che è bene o male, con ciò che la legge consente o non consente. Attenzione, perché questo permette il paradosso finale, cioè il radicale capovolgimento di prospettiva; per cui viene criminalizzato chi continua a condannare il fenomeno originariamente inaccettabile. Così nasce l’antropofago legalizzato, grazie alla nuova morale che è stata codificata mediaticamente e pilotata politicamente.

Il processo della finestra di Overton è realizzato per fenomeni impensabili, per esempio per la pedofilia. E infatti oggi esiste un sistema culturale, mediatico, ma anche politico-istituzionale che sta facendo scivolare gradualmente la pedofilia verso la normalizzazione, cioè verso il ritenerla una mera forma del comportamento sessuale. L'agghiacciante paradosso è che questo avviene in nome dei diritti dei bambini, cioè sfruttando l'equivoco del supposto consenso del minore al rapporto sessuale con l'adulto. I “diritti dei bambini” è un'altra locuzione creata in sede sovranazionale e che nasconde una trappola micidiale, perché si è portati a scambiarla per un’apparente protezione a difesa dell'infanzia. In realtà il bambino, dei cui diritti si parla, è il bambino nella concezione dell'Onu, è il bambino auto-determinato, cioè il bambino che da solo identifica il proprio interesse, quindi un interesse soggettivo, in nome del proprio benessere psico-fisico. Quindi vengono del tutto rimossi i diritti dei genitori e il bambino acquisisce il diritto, per esempio, ad avere una vita sessuale, il diritto ad accedere ai mezzi di comunicazione, il diritto a scegliersi un’identità sessuale. Non è un’ipotesi: esiste una raccomandazione europea del 2010 del comitato dei Ministri degli esteri dell'Unione europea, la numero 18, che contiene quello che parrebbe un invito, nemmeno troppo velato, alla legalizzazione della pedofilia, quando dice che “gli Stati membri dovrebbero assicurare l'abrogazione di qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l'età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali”.

Come nasce il gender

Il gender nasce con una doppia faccia, cioè la sua genesi, anche lessicale, è legata ai protocolli sanitari del dott. John Money, un endocrinologo dell'università di Baltimora che ha fondato nel 1965 la clinica per l'identità di genere. Ma Money ha inteso “genere” diversamente, proprio per staccare il genere dal sesso. Il sesso è quello che uno si trova anatomicamente dal momento del concepimento, e fa parte del patrimonio genetico di ciascuno. Il genere invece, secondo Money, è qualcosa di legato alla totale autodeterminazione del soggetto; e la personalità maschile e femminile, non dipende dal dato sessuale biologico e anatomico ma è una mera convenzione sociale. È su questa convinzione che Money ha fondato il business degli esperimenti di trasformazione sessuale sui bambini. Trasformazione sessuale non significa cambiamento di sesso, che è impossibile, ma la modifica dei connotati esteriori della persona. Ed era esattamente quello che Money faceva nella sua clinica degli orrori.

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Gli si era presentata un’occasione imperdibile, quando i genitori di due gemellini maschi, i fratellini Reimer, gli si erano proposti perché uno dei due, Bruce aveva subito una lesione dei genitali a seguito di un banale intervento chirurgico di circoncisione. Money convinse questa coppia di crescere Bruce come una femmina, come Brenda. Per cui il bimbo fu sottoposto a una serie di interventi chirurgici, ad una serie di continue sedute psicologiche e a terapie ormonali varie. Addirittura Money filmava i due gemellini, li costringeva a simulare tra di loro rapporti sessuali o li filmava mentre guardavano immagini pornografiche perché si rafforzasse la loro identità di genere. Ma cresceva la disperazione della famiglia, perché il povero Bruce non riusciva a calarsi nel ruolo che gli si voleva imporre; fino a che, anni dopo, il padre gli disse la verità. Per lui fu uno shock enorme, però si rese conto, lo scrive lui stesso, di non essere pazzo ed ebbe il coraggio di fare marcia indietro. Quindi si fece amputare i seni, riacquisì un nome maschile, David, sposò una vedova con tre figli e quindi pareva si fosse indirizzato verso una vita più serena. Se non che il fratello gemello si suicidò a causa di tutti questi eventi familiari. E a seguito di questo disastro anche Bruce, all'età di 38 anni, si tolse la vita. Un esperimento fallito e raccontato nel libro di John Colapinto “As nature made him”, tradotto anche in italiano. Recentemente, e nonostante il fallimento dell’esperimento, Money, benché fosse anche un propugnatore della pedofilia, fu acclamato dalla comunità scientifica internazionale; addirittura, quando morì nel 2006, lo piansero come il primo scienziato che aveva dato un nome all'identità sessuale, ritenendo i bambini psico-sessualmente plastici.

I movimenti femministi deviati e l’omosessualismo

Ma attenzione a questo passaggio: l’invenzione di John Money, venne ripresa dal movimento femminista americano radicale di matrice marxista (niente a che vedere con il femminismo che chiedeva migliori condizioni di lavoro per le donne), cioè una frangia di femministe radicali che sostengono che la famiglia sia la base della società patriarcale, sessista, omofobica, gerarchica, e che ritengono che sia sempre la famiglia il primo nucleo della lotta di classe, fra il maschio oppressore e la femmina oppressa, perché soggetta a ruoli subalterni e soprattutto schiava della riproduzione. Quindi l'obiettivo di questo gruppo di attiviste femministe era innanzitutto quello di ottenere un completo controllo sulla riproduzione, poi una liberalizzazione totale della sessualità, la demolizione della famiglia e infine la stessa abolizione della distinzione tra i sessi.

Shulamith Firestone, che era a capo di questo movimento diceva “il problema da superare è la maternità e sono le donne che intendono prendersi cura dei figli; e il modo per superarlo è mettere tutte le donne nella forza lavoro a tempo pieno e affidare tutti i bambini a educatori estranei.” La Firestone teorizza quindi la liberazione sessuale totale dei bambini e anche la liberalizzazione dell'incesto, infatti dichiara “il tabù dell'incesto attualmente serve solo a preservare la famiglia. Se ci sbarazzassimo della famiglia ci sbarazzeremmo anche delle repressioni che vedono la sessualità posta in formazioni specifiche e finalmente non ci sarebbe niente di male se un bambino avesse dei rapporti sessuali con la madre”. Queste affermazioni visionarie della Firestone, morta suicida nel 2006, ci aprono un orizzonte che noi oggi abbiamo già sotto gli occhi, cioè l’artificializzazione della riproduzione, che oggi è considerata normale con la moderna riprogenetica (cancellazione dei geni nell'ovulo fecondato prima di impiantarlo nell'utero della madre) o con la fecondazione artificiale. Si vuole cioè de-sessualizzare la procreazione umana e nel contempo relegare il sesso ad una funzione meramente ludica e ricreativa. Tutto questo chiaramente significa una mercificazione dell'essere umano. Però, quello che pare un delirio della Firestone, ormai è sotto i nostri occhi ed è realtà. Ed è in questo orizzonte delineato dal femminismo radicale deviato che entra in gioco l'omosessualismo. L’omosessualismo è l'ideologia che sta dietro l’omosessualità, ma non ha nulla a che vedere con i diritti degli omosessuali, o con la non discriminazione, ma si salda con l'obiettivo finale di appiattimento della società.

Cambiare la famiglia dall’interno

L'omosessualismo è il grimaldello capace di minare l'idea egemonica della famiglia, intesa come qualcosa di naturale. Le femministe hanno recepito questo concetto, visto che vogliono eliminare la famiglia; ma capiscono che eliminarla puramente e semplicemente è un'utopia ed è anche molto rischioso, perché chiunque vede istintivamente nella famiglia una garanzia di sicurezza e di stabilità di vita. Quindi capiscono che è meglio tenere in piedi la facciata della famiglia, ma ridisegnarla al suo interno, perché così, rifratta in tante parodie, ne esce praticamente dissolta; e se tutto è famiglia nulla più lo è.

La cosiddetta famiglia omosessuale in fondo che cos'è? Due omosessuali che vogliono un bambino, perché è evidente, piccolo dettaglio, che ci vuole ancora la componente maschile e femminile per fare un bambino. Dunque si procureranno un bambino assemblando materiale genetico, poi lo faranno crescere in un utero a noleggio e questo essere umano indifeso che verrà prodotto, sarà dotato della qualifica di “figlio” che di rimbalzo conferirà la patente di “genitore” a chi l’ha ordinato e poi si potrà mettere la ragione sociale di “famiglia” sopra questo gioco di prestigio. Il fatto è che adesso l'omosessualismo è stato eletto a fulcro di un sistema di potere economico, politico, mediatico, che è votato appunto a distruggere la famiglia, a rieducare le nuove generazioni, a erodere anche ogni spazio di libertà, e infine a scardinare i capisaldi su cui si fonda la società. Un’impostazione che fa comodo a una certa élite finanziaria, capitalistica mondiale, che preferisce avere un tessuto sociale smantellato e smembrato, nel quale la famiglia rappresenta un ostacolo. Ecco perché queste ideologie vengono utilizzate per scardinare il tessuto sociale, al fine di controllare in maniera diversamente democratica le popolazioni. È un sistema di potere imponente, è un “pacchetto ideologico” nato con John Money, che ha creato l’accezione “gender”, e successivamente è transitato per le femministe radicali e arrivato all’omosessualismo militante. Tutto questo pacchetto ad un certo punto è approdato all'Onu, è entrato nei documenti internazionali e da lì, a pioggia, come una metastasi, si è propagato in tutto il mondo. Questo processo è partito dalla Conferenza di Pechino del 1995, perché è proprio nei testi di quella conferenza che compare per la prima volta il termine “gender”.

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A questo proposito è interessante seguire quello che racconta Dale O’Leary nel suo libro “The Gender Agenda”, perché lei è stata una testimone oculare, ha partecipato a tutti i lavori preparatori della conferenza di Pechino, e racconta nel dettaglio come sia potuto accadere questo colpo di mano, cioè con quali stratagemmi il gender abbia potuto pervadere tutti i documenti internazionali congedati da quella conferenza. La O’Leary scrive che la maggior parte dei delegati alla conferenza non aveva la più pallida idea di che cosa fosse il gender, perché questo termine era conosciuto soltanto nell'accezione grammaticale, quindi nessuno inizialmente ha sollevato obiezioni. Ma quando poi si sono resi conto che il “gender” era il simbolo di un modo completamente diverso di concepire la politica e l'educazione, era troppo tardi e ormai i documenti erano tutti stati elaborati.

Ma il gender in realtà è il simbolo di un modo, dice Dale O’Leary, completamente nuovo di concepire la società, la politica, la cultura, la formazione, e rappresenta una rivoluzione globale dirompente. Tant'è che al numero 124 della piattaforma di Pechino si dice “si devono adottare tutte le misure appropriate, soprattutto nel campo dell'istruzione, per modificare i modelli di comportamento degli uomini e delle donne, per eliminare i pregiudizi, le pratiche tradizionali e tutte le altre pratiche basate su una distinzione tra i sessi o su ruoli stereotipati maschili e femminili”. Questo per ottenere, dicono, l'uguaglianza dei desideri e degli interessi, nei testi di scuola, nei cartoni animati, nelle soap opera. Gli annunci pubblicitari e le telenovelas devono mostrare uomini e donne impiegati in numero uguale come soldati, scienziati, pompieri e autisti di camion, anche se questo non ha alcuna attinenza con la realtà. Dicono anche che “per cambiare l'atteggiamento verso carriere che rappresentino stereotipi di genere, devono iniziare all'asilo e continuare per tutta la durata della scuola”. In sostanza le bambine, ma non solo, debbono radicarsi fortemente in testa che una femmina può essere felice solo se non fa cose da femmina. Cioè la femmina deve essere da un lato la scimmiottatura del maschio, dall'altro una specie di animale in cattività che appartiene a una specie protetta, che va difesa dal maschio, che essendo per definizione carnefice seriale, va neutralizzato e messo a tacere.

Perciò c’è anche molto di pretestuoso in questo impianto creato a tavolino da un manipolo di attivisti, che ha lucrato l’immenso potere, la potenza economica e l'estensione capillare delle strutture internazionali, e ha generato un imponente fenomeno di illusionismo collettivo che ha costretto poi milioni e milioni di persone a vivere dentro delle vere e proprie allucinazioni. Perché teniamo presente che da Pechino in poi, tutto questo sistema di idee ha pervaso tutti i documenti internazionali, mirando all’obiettivo finale.

Quale obiettivo? Quello di effeminare i maschi, di maschilizzare le femmine, di diffondere l'omosessualismo con tutte le sue varianti, come pratiche naturali e anche virtuose, al fine di demolire la famiglia, di separare l’uomo dalla natura e di togliere alla società la sua forza vitale e anche la capacità di reagire a un annientamento programmato.

Lo vuole l’Europa!

Tutto questo poi è penetrato nell'ordinamento giuridico italiano e nel sistema scolastico. Sappiamo quindi che il cuore pulsante di tutta la manovra sono le organizzazioni internazionali. La cinghia di trasmissione è l'Unione europea e dato che l'istruzione è sempre nel mirino dei riformatori, abbiamo assistito all’introduzione dei pacchetti “educativi”, prontamente recepiti nell'ordinamento giuridico interno, al grido di “Lo vuole l'Europa”. La Raccomandazione Ue del 2010 del Comitato dei ministri dell'Unione europea si intitola “Misure volte a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere” e costituisce un riferimento importante perché fornisce il glossario di tutto il gergo che poi ha contaminato la normativa scolastica. La Legge 107, cosiddetta “Buona scuola”, è una legge scritta in modo farraginoso, illeggibile e condita di burocratese e didattichese incomprensibile ai più, ma questo linguaggio artefatto purtroppo influenza tutto il mondo della scuola. A questa Raccomandazione del 2010 ha aderito, pur non essendo vincolante, il ministro del lavoro con delega alle pari opportunità Elsa Fornero, al tempo del non-eletto governo Monti nel maggio del 2013. Questo attraverso un documento polveroso che si intitola “strategia nazionale Lgbt” che è stato pubblicato da UNAR, cioè dall'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che fa capo al Dipartimento delle pari opportunità presso la Presidenza del consiglio dei ministri. L’Unar è diventata famosa ai più nel 2017 per aver finanziato con soldi pubblici associazioni gay dedite ad orge e prostituzione.

unar 02

In seno all'Unar operano 29 associazioni arcobaleno di gay, lesbiche, transessuali, intersessuali e queer. Tra cui il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Questo autore, militante omosessuale, ha scritto “Elementi di critica omosessuale”. Ecco le idee che troviamo nel suo libro: “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica”.

Questo è l’ambiente fangoso in cui è stato redatto il documento dell’Unar, la cui prima parte si intitola “Educazione e istruzione” e prescrive le modalità atte a diffondere la teoria del gender nelle scuole. Ma questo documento non ha alcuna efficacia normativa diretta, tuttavia ha fatto da base a tutti gli atti legislativi e amministrativi successivi, questi sì vincolanti.

2013: l’anno nero della scuola

Ricapitoliamo quindi gli accadimenti del 2013, anno decisivo per la pubblica istruzione, anche se gli effetti sono passati inosservati. Cominciamo dal protocollo d'intesa nel gennaio 2013 tra il Miur, le pari opportunità e l’Unar; seguita dalla strategia Fornero in maggio; il 14 agosto, alla vigilia di ferragosto, spunta il decreto legge che ha portato alla legge di conversione 119 (legge sul femminicidio), poi a settembre il decreto scuola Carrozza, che prevede un cospicuo stanziamento a favore del “superamento degli stereotipi di genere”.

Questo ha portato alla “Buona scuola”, varata nell'estate del 2015, che recepisce in toto il modello educativo elaborato dai potentati sovranazionali e dall'Unione europea, che lo hanno imposto alle scuole di ogni ordine e grado. La riforma di Renzi si rivolge a tutto il sistema di istruzione italiano, comprese le scuole paritarie e le università; e stabilisce che questo sistema di idee derivato dalla Raccomandazione del 2010, debba essere trasmesso in via interdisciplinare, quindi debba permeare praticamente tutte le materie di studio. Non solo con i corsi extracurricolari, ma deve essere inserito nel cuore della formazione curricolare, anche nei testi scolastici e nel materiale didattico. Tutto questo progetto ha avuto origine alla fine degli anni ’90 e si chiama progetto POLITE (Pari Opportunità nei Libri di Testo) e ha un codice di autoregolamentazione siglato tra l'Associazione italiana Editori e le Pari opportunità, ed è volto a garantire che “nella progettazione e realizzazione dei libri di testo e dei materiali didattici vi sia attenzione allo sviluppo dell'identità di genere come fattore decisivo nell'ambito dell'educazione complessiva dei soggetti in via di formazione.” Per questo sempre più spesso, vediamo nelle illustrazioni dei libri per bambini, non più la tradizionale famiglia papà-mamma-figlio, ma famiglie mamma-mamma o famiglie papà-papà. Questo per trasmettere l’idea che le famiglie “diverse” sono perfettamente normali e chiunque può scegliersi la famiglia che vuole.

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Lo schiavo ideale del regime

Abbiamo visto allora a che cosa punta il gender. Punta all'azzeramento identitario; punta a deprimere sul nascere le risorse orgogliose della mascolinità e la forza costruttiva del ruolo femminile nella famiglia; punta ad annacquare la complementarietà naturale dell'uomo e della donna, in un’indistinzione indotta per annientare gli anticorpi di tutta la società. In proiezione, mira all'annientamento di una storia e di una civiltà, con tutto il suo patrimonio millenario di cultura, di tradizioni, con la sua forza vitale e con la sua fede. Punta anche al dissolvimento dell'identità nazionale nell’europeismo sintetico dei falsi ideali; all’impoverimento etico e culturale, che ben si abbina alle politiche europeiste migratorie di disintegrazione forzata e anche con il sincretismo religioso. Perché ormai è sotto gli occhi di tutti che le gerarchie della ex Chiesa cattolica professino la stessa identica religione dell'Onu e dei suoi magnati. Come diceva Hannah ArendtIl suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”. Allora forse oggi siamo noi i sudditi ideali del regime totalitario. Ed è una guerra vera, non è una guerra solo verbale; è una guerra che non fa prigionieri e che non risparmia i bambini, anzi vuole colpire proprio loro per rapinare la loro innocenza, per violentare la loro sensibilità e la loro libertà morale attraverso l'iniziazione forzata alle esperienze legate alla sfera sessuale, che chiaramente appartengono ad un altro tempo della vita. Vogliono strappare dalle loro menti l'evidenza delle cose e quindi scardinare la loro identità in fase di formazione.

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Uscire dal Truman Show

Ora, pian piano ci stiamo convincendo, come diceva Russell, che la neve è nera, che Paolo ha due papà o che un qualsiasi agglomerato è una famiglia.

In questa fase storica abbiamo una grande responsabilità: dobbiamo, prima che sia troppo tardi, svegliarci dal letargo e cercare di uscire da questo meta-mondo basato sulla finzione, nel quale vorrebbero costringerci a fare da comparse. Prima che ci convincano davvero che questa messa in scena corrisponda alla verità, prima di essere tutti contagiati dall'idea bizzarra che la realtà è solo uno stereotipo suscettibile di essere sostituito da ogni fantasia compulsiva. Il brocardo “In claris non fit interpretatio” (l’interpretazione non è necessaria laddove c'è chiarezza), ci dice che abbiamo una grande responsabilità nei confronti di chi ci succede, nel riaffermare che le evidenze semplicemente non vanno dimostrate. I nostri figli hanno un sacrosanto diritto a non essere ingannati, a non essere offesi dalle vestali del “politicamente corretto” e dai sacerdoti di questa ideologia autenticamente disumana. Hanno viceversa l'esigenza insopprimibile e l'emergenza vitale di tornare ad avere dei modelli identitari di riferimento; in primo luogo ovviamente quelli di un padre e di una madre, ma anche le radici di una terra, di una storia, di una civiltà, di una cultura, di una tradizione spirituale. E soprattutto assaporare ancora ciò che pare mancare adesso, la virilità e la femminilità.

Quindi che tornino pure sulla scena le dame e i cavalieri, sia nella realtà, sia nei giochi e nei sogni dei nostri bambini!

 gdm

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 Bibliografia:

Elisabetta Frezza - Malascuola
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo
Bertrand Russell, The Impact of Science on Society
Marguerite A. Peeters - Il gender. Una questione politica e culturale
John Colapinto - As nature made him
Dale O'Leary - The Gender Agenda
Mario Mieli - Elementi di critica omosessuale
https://unric.org/it/agenda-2030/
https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/B-8-2016-0150_IT.html
https://www.corrispondenzaromana.it/traffico-di-organi-della-international-planned-parenthood-federation/
https://lamenteemeravigliosa.it/finestra-di-overton/
https://www.tempi.it/bruce-brenda-david-la-tragica-storia-della-prima-vittima-del-dottor-money-il-guru-del-gender/
https://theconversation.com/shulamith-firestone-why-the-radical-feminist-who-wanted-to-abolish-pregnancy-remains-relevant-115730
https://www.aie.it/Portals/38/Allegati/CodicePolite.pdf
http://www.retepariopportunita.it/DefaultDesktopc813.html?doc=370

 

 

 

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[email protected] (Redazione VOX ITALIA) Blog Tue, 23 Jun 2020 13:22:37 +0000
Costituzione al futuro https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/38-costituzione-al-futuro https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/38-costituzione-al-futuro Costituzione al futuro

“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”
(Piero Calamandrei – uno dei padri della Costituzione)

La Costituzione italiana ha più di 70 anni e c'è da chiedersi se oggi i suoi principi siano ancora attuali. Se la Carta Costituzionale rappresenti solo una testimonianza del passato o se contiene un progetto che guarda al futuro e che ancora deve realizzarsi.

La Costituzione italiana nasce nel 1947. Ma quali sono gli eventi storici che ne hanno determinato i principi fondanti?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo riferirci ai cambiamenti sulla politica economica occidentale, a seguito della Crisi del 1929 e, successivamente, del New Deal adottato da Roosevelt per la ripresa dell'economia.

 

La Crisi del ‘29

Subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, negli anni ’20, le nazioni europee faticavano a far ripartire l’economia, mentre gli Stati Uniti sembravano godere di un indubbio vantaggio nella ripresa, principalmente dovuto a svariati fattori:

  • gli apporti in denaro provenienti dai Paesi alleati che avevano contratto debiti;

  • il basso costo della manodopera, grazie al lavoro degli immigrati;

  • l’espansione del mercato grazie all’assenza di disoccupazione e all’export.

Indotti dal costante andamento rialzista della Borsa, tutti comprarono azioni, in un clima di generale euforia. L’aumento degli investimenti, provocò la crescita del valore delle azioni, dando l’illusione di grandi guadagni, quindi anche i piccoli risparmiatori investirono capitali considerevoli in Borsa. Come conseguenza, il valore delle azioni salì a livelli irrealistici, non paragonabili alla crescita economica reale.

Ma, si sa, dall’euforia all’incoscienza il passo è breve; gli Stati Uniti imboccarono il vicolo cieco della sovrapproduzione, l’economia cominciò a rallentare.

E quando i cittadini si resero conto del pericolo incombente, era ormai troppo tardi: il 24 ottobre 1929 si verificò il crollo della Borsa di Wall Street. Nel giro di poche ore il valore delle azioni crollò a zero, trascinando nella rovina l’intero Paese.

costituzione crisi1929Crisi del 1929

Questo fatto portò alla recessione, cioè ad un forte rallentamento della produzione. Come abbiamo potuto sperimentare anche in tempi più recenti, la recessione americana contagiò l’Europa, portando ad una crisi mondiale.

In quel periodo, il sistema politico statunitense era costituito da due partiti: Partito democratico e Partito repubblicano. Dopo tre anni, nel 1932, ci furono le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti. Con le elezioni, fu eletto il democratico Franklin Roosevelt, il quale dovette gestire la disastrosa situazione lasciata dalla precedente amministrazione repubblicana di Herbert Hoover. I repubblicani, infatti, si dimostrarono incapaci di gestire la crisi di sovrapproduzione che aveva causato il crollo in Borsa e i fallimenti a catena di banche e fabbriche.

Il New Deal

Roosevelt realizzò che lo Stato doveva intervenire per far riprendere l’economia; adottò quindi una nuova politica economica, il New Deal (nuovo corso). I due aspetti principali di questa politica economica furono:

  • l’aumento della spesa pubblica, per aumentare la domanda sul mercato e riavviare la produzione; garantendo salari e lavoro;

  • miglioramento dei controlli da parte dello Stato sulle attività industriali e finanziarie, allo scopo di evitare le cause che avevano portato alla crisi. Ad esempio, mancava una legge che controllasse che il valore nominale delle azioni fosse simile al valore reale.

Questi due punti, quindi, prevedevano un maggiore controllo dello Stato, perché l’eccessivo liberismo aveva causato la crisi economica.

costituzione john keynesJohn Keynes

In sostanza, Roosevelt mise in pratica i principi della politica economica keynesiana. John Keynes è considerato il più importante e “rivoluzionario” economista del Novecento. La sua teoria economica, che ruppe con la tradizione liberista del laissez-faire, cioè con l’idea che lo Stato non debba occuparsi di economia e lasciar fare al libero mercato, fu la base del New Deal inaugurato da Roosevelt per uscire dalla crisi. Le politiche keynesiane, costituite soprattutto da investimenti pubblici, tassazione progressiva e protezione sociale, risollevarono l’economia americana e segnarono la politica economica dell’Occidente fino agli anni ‘70. L’abbandono di quel fecondo filone di pensiero, in favore del libero mercato, propugnato dalla Ue, ha sguarnito la politica e la teoria economica degli strumenti per comprendere e gestire i cicli e ha prodotto diseguaglianze sempre più gravi che indubbiamente sono tra le cause della recessione di questi anni. La storia si ripete e noi commettiamo sempre gli stessi errori!

 

Liberismo o democrazia?

Alla luce delle vicende di detto conflitto, tra liberismo e politiche di salvaguardia dello stato sociale, nel corso del tempo, le moderne Costituzioni democratiche hanno cercato di garantire un modo accettabile di intendere il capitalismo. Per tale ragione viene attribuita la sovranità al popolo e vengono individuati gli elementi del capitalismo compatibili con gli interessi dei cittadini. Tale principio universale vale per tutte le costituzioni democratiche e si gioca sul conflitto lavoro/capitale che, è ipocrita nasconderlo, è tale da circa due secoli. Nel suo evolversi tale conflitto mostra i diversi modi di essere del capitalismo.

Convivere con questo conflitto significa conciliare interessi contrapposti che non si possono ignorare. Perché ignorarli significherebbe riportare gli individui a condizioni di arbitrio e di darwinismo sociale. Scenario che per il capitalismo sfrenato di Hayek [1] è ovvio e auspicabile ma altamente instabile e distruttivo della società.

Tale scontro è stato finora vinto dal neoliberismo introdotto nei Trattati Europei a spese delle democrazie. Una battaglia subdola che si basa sulla delega ai tecnici e sulla perdita di sensibilità collettiva per il danno arrecato dai Trattati alle democrazie.

 

La nascita della Costituzione italiana

Il 2 giugno 1946 si celebrarono libere elezioni, le prime dal 1924. Vennero consegnate contemporaneamente agli elettori la scheda per la scelta fra Monarchia e Repubblica, il cosiddetto Referendum istituzionale, e quella per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova Carta costituzionale. Ufficialmente al referendum istituzionale la maggioranza dei votanti scelse la forma di stato repubblicana (in realtà non fu così, ma questa è un’altra storia).

I tre maggiori raggruppamenti eletti per l’Assemblea Costituente, furono quello della Democrazia Cristiana (207 seggi), quello del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (115), e quello del Partito Comunista Italiano (104). Pertanto il 25 giugno 1946 venne insediata l'Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza. Come suo primo atto, il 28 giugno elesse come Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola.

costituzione assemblea costituente​Assemblea Costituente - la firma di De Nicola

 

La Commissione dei 75

L'Assemblea Costituente si dedicò all'elaborazione della Costituzione attraverso la Commissione per la Costituzione, nota anche come “Commissione dei 75”, dal numero dei membri a cui fu richiesto di collaborare. Presidente della Commissione fu Meuccio Ruini, e la sua organizzazione interna prevedeva l'istituzione di tre sottocommissioni:

  • diritti e doveri dei cittadini,

  • ordinamento costituzionale dello Stato,

  • diritti e doveri economico-sociali.

Ad un comitato di redazione, detto comunemente "Comitato dei 18" spettava invece il compito di coordinare ed armonizzare il lavoro prodotto dalle tre sottocommissioni. Il 31 gennaio 1947 il testo approvato dalla Commissione per la Costituzione, definito "Progetto di Costituzione della Repubblica Italiana" venne presentato alla Presidenza dell'Assemblea Costituente, presieduta dal vicepresidente Umberto Terracini, per la discussione generale. Con la possibilità di intervento riconosciuta a tutti e 556 i deputati, il Progetto subì notevoli modificazioni.

È interessante considerare il Progetto di Costituzione come un modello di discussione e di confronto che, aperto al dialogo costruttivo, alla critica, e alla modifica, ha permesso di raggiungere la redazione definitiva dopo quasi un anno di confronto e compromesso tra tre anime (la cattolica, la marxista-socialista e la liberale).

Come riconosciuto da Zagrebelsky: "Le costituzioni contrattate tra più forze politiche e sociali non sono manifesti ideologici che devono obbedire a una rigorosa logica unitaria: sono documenti che, per poter valere, devono rappresentare tutte le parti dell'accordo. Il compromesso non è quindi la debolezza, ma la forza della Costituzione".

Da questo confronto è nata una Costituzione che tutela il pluralismo e le minoranze, che si impegna a contrastare le disuguaglianze, in virtù di un principio di eguaglianza sostanziale. Lo Stato interviene direttamente e si fa promotore dei diritti sociali ed economici dei privati. Oltre all'affermazione materiale della persona, il nuovo testo persegue contemporaneamente il progresso spirituale; e afferma con certezza il riconoscimento e la tutela di diritti fondamentali inviolabili sia del singolo sia delle formazioni sociali: la famiglia, la comunità religiosa, il sindacato, il partito politico, l'associazione privata.

 

Raggiunta quindi una convergenza complessiva sul testo, i 520 votanti conclusero la discussione generale con l'approvazione definitiva, il 22 dicembre 1947 con il 90% dei votanti favorevoli. La Costituzione venne poi promulgata dal Capo provvisorio dello Stato il 25 dicembre dello stesso anno.

costituzione gazzetta ufficiale

 

Caratteristiche della Costituzione

La Costituzione stabilisce le regole su cui fondare la vita di uno Stato, nel nostro caso una democrazia pluralista con la forma della Repubblica parlamentare. La Costituzione serve a definire la forma di Stato e di Governo, il processo legislativo, la separazione dei poteri e le loro caratteristiche, ma soprattutto serve a definire i principi fondamentali su cui si fonda la convivenza all’interno dei confini. Per questo la Costituzione viene definita come “legge fondamentale”, gerarchicamente superiore alle leggi ordinarie tra le fonti del diritto.

La Costituzione è fortemente ispirata a prevenire la prevalenza arbitraria di un potere sull’altro, volta a evitare ogni deriva antidemocratica. La Costituzione italiana può essere cambiata soltanto tramite un procedimento legislativo più complesso e a maggioranza più larga di quanto previsto per le leggi ordinarie. Con, in più, un limite invalicabile fissato nell’ultimo e 139° articolo: la forma repubblicana non può essere modificata.

Contenuti della Costituzione

La Costituzione italiana si compone di 139 articoli e di 18 disposizioni transitorie e finali.

Nella Costituzione sono definiti e regolamentati:

  • i principi fondamentali e inviolabili dello Stato (articoli da 1 a 12);

  • i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini (articoli da 13 a 54);

  • l’ordinamento della Repubblica (articolo da 55 a 133);

  • le garanzie costituzionali (articoli da 134 a 137);

  • il procedimento di revisione della Costituzione e di approvazione delle leggi costituzionali (articoli 138 e 139)

 

"Fondata sul Lavoro"

Piero Calamandrei, uno dei padri di quel “pezzo di carta”, come a volte lo definiva, così lo spiegò agli studenti milanesi in un giorno del 1955, partendo dal secondo comma dell’articolo 3 (“il più importante di tutti”): È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Dice Calamandrei: “Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo 1 – L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica (…). E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”.

struttura costituzione 01

La Costituzione e la scuola

Alla scuola italiana non interessa che i nostri ragazzi conoscano la Costituzione italiana. A dirlo sono i risultati dell’indagine “L’educazione alla cittadinanza nella scuola superiore italiana” [2] svolta nel 2016 dall’associazione “Treellle” su un campione di giovani tra i 19 e i 23 anni che avevano terminato gli studi di secondo grado. Partiamo da un dato preoccupante: il 20,5% degli studenti non ha mai letto la Costituzione e il 54,2% di coloro che l’hanno presa in mano, hanno letto solo qualche articolo. In pratica circa i tre quarti degli studenti italiani non la conoscono. Dunque è chiaro che chi domani guiderà il Paese non conosce le fondamenta dello stesso.

Resta un dato consolatorio: a volere più educazione civica sono l’81 % dei giovani. Chi non l’ha compreso è chi governa questo Paese, intenzionato a smontare la Costituzione e a non farla conoscere. Eppure almeno i primi dodici articoli bisognerebbe saperli a memoria. Oggi l’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”, voluto dall’ex ministro Maria Stella Gelmini, è impartito dai professori di storia ma non è una materia. Alla primaria e alle medie difficilmente si studia. Eppure nel 1979, in terza media, si studiava e nel 1958 Aldo Moro introdusse l’educazione civica e lo studio della “Carta” come materia curricolare. Negli ultimi anni a parlare di Costituzione ci ha pensato Gherardo Colombo che, abbandonata la magistratura, ha deciso di dedicarsi, come faceva Antonino Caponnetto, alle scuole, agli studenti e agli insegnanti. Ma non basta. La Costituzione andrebbe studiata come disciplina fin dalla primaria.

La Costituzione: Carta anti-liberista

Nel 2018 questa Carta ha compiuto 70 anni, e descrive il nostro programma di italiani. È dovere della politica e, in primo luogo, di governo e Parlamento, essere l’anima di quel programma. La nostra Costituzione non è né un insieme di articoli, né una generica esposizione di principi: è un tutto organico che indica le politiche, soprattutto economiche, che rendano il programma possibile. Come abbiamo visto, il sistema delineato è quello keynesiano, cioè ispirato al pensiero dell’economista John Maynard Keynes. Gustavo Zagrebelsky lo ha descritto così nel suo libro “Fondata sul lavoro”: “La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Oggi, assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro”.

Questo “dal lavoro alle politiche” è ciò che è accaduto in Italia nei gloriosi 30 anni seguiti alla Seconda guerra mondiale, e che ha generato la fase di benessere che tutti conosciamo, e che possiamo così descrivere: intervento dello Stato nell’economia e nell’intermediazione del risparmio (pensioni e assicurazione sanitaria e anti-infortunistica); limitazioni alla libertà di movimento dei capitali e controllo del credito; Banca centrale dipendente dal governo e, dunque, finanziamento pubblico del deficit. Li ricordiamo come anni di crescita dei salari, aumento dell’occupazione, basso deficit pubblico. Quando il ministro DC Beniamino Andreatta, all’inizio del 1981, decise il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia condannando il Paese a “vendersi” sul mercato, il debito pubblico era sotto al 58% del Pil e la spesa dello Stato rispetto al Prodotto attorno al 41%, inferiore alla gran parte dei Paesi europei. Anche questo, insieme alla Costituzione, si cerca di far dimenticare da parte dell’attuale informazione manipolata.

Infatti il programma dei governi italiani degli ultimi 30 anni non è più la Costituzione, ma la perenne “emergenza economica” che ha affossato i fondamentali dell’economia “costituzionale”, ma privilegiato la logica dei mercati, penalizzando le condizioni di lavoro e lo stato sociale. Questo programma è stato addirittura messo nero su bianco dalla Banca centrale europea nella sua lettera dell’estate 2011: privatizzazioni, liberalizzazioni, libertà di licenziamento (flessibilità), tagli a welfare e pensioni pubbliche da sostituire con assicurazioni private. In sostanza, la riduzione del ruolo dello Stato, e trasformazione della società sulle esigenze dei famigerati “mercati”. Non è un caso che i Trattati europei, ispirati a questa concezione minima del ruolo dello Stato, non facciano menzione di “diritto al lavoro” (il nostro articolo 4), ma costruiscano la loro idea di società su due pilastri, la “stabilità dei prezzi” (inflazione bassa) e “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

È merito recente di Luciano Barra Caracciolo, giurista e presidente di sezione del Consiglio di Stato, aver sottolineato nel suo “La Costituzione nella Palude” come questa impostazione sia estranea sia al progetto contenuto nella Costituzione, sia alla visione dei padri costituenti, per i quali le idee liberiste, portate avanti da Luigi Einaudi, erano già vecchie e distruttive. Per questa ragione la Costituzione, nasce come Carta anti-liberista.

Infatti Meuccio Ruini, presidente della “Commissione dei 75”, così si rivolgeva a Einaudi: "Gli economisti, i migliori, riconoscono che il loro edificio teorico, la scienza creata dall’Ottocento, non regge più sul presupposto di un’economia di mercato e di libera concorrenza, che è venuto meno non soltanto per gli interventi dello Stato, ma in maggior scala per lo sviluppo di monopoli delle imprese private. Quando vedo i neo liberisti, come l’amico Einaudi, proporre una tale serie di interventi per assicurare la concorrenza che qualche volta possono equivalere agli interventi di pianificazione, debbo pur ammettere che molto è mutato. Non pochi vanno affannosamente alla ricerca della terza strada. La troveranno? Non lo so. Questo so: si avanza la forza storica del lavoro". E il lavoro, continua Ruini, va inteso “nel senso più ampio, cioè comprendente il lavoro intellettuale, il professionista, lo stesso imprenditore in quanto lavoratore qualificato che organizza la produzione e non vive, senza lavorare, di monopoli e privilegi”. Si riconosce in queste parole che i costituenti rifiutarono non solo “la scienza dell’Ottocento” (il liberismo) ma anche quella nuova, la “terza via” che rinnovava quella visione occupando lo Stato e realizzando per via legislativa e ordinamentale il dominio della grande impresa privata. E non si tratta di una voce isolata tra i costituenti; sempre nel 1947, Gustavo Ghidini spiega: “Ora fate l’ipotesi che la nostra rappresentanza fosse completamente eliminata e sedessero in questa Camera solo rappresentanti della Nazione aventi un orientamento regressivo e volessero formare una legge che contrastasse questi diritti al lavoro, li limitasse, li annullasse. La Corte costituzionale dovrebbe dichiararne l’incostituzionalità”.

Incompatibilità tra Costituzione e Trattati europei

Qui emerge l’evidente conflitto tra Costituzione e Trattati europei. Di incidenza immediata sui nostri principi costituzionali, come di ogni altro Stato Ue, è il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance”, frettolosamente firmato il 2 marzo 2012 da 25 capi di Stato e di governo Ue su 27 (le eccezioni sono state Regno Unito e Repubblica Ceca). L’Italia, con altri Paesi, ha proceduto con la massima celerità a fare propri i gravosi impegni derivanti dal documento citato. L’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, mediante la modifica dell’art. 81, è stato deliberato dal Parlamento il 18 aprile 2012 dal non-eletto governo Monti, nonostante, va rilevato, che lo stesso Trattato definisse l’inserimento in Costituzione come preferenziale, e non obbligatorio. Ma una spiegazione, a settembre 2016, la fornisce il Guardasigilli Andrea Orlando che ha dichiarato al Fatto Quotidiano: “Non fu il frutto di una discussione nel Paese, ma del fatto che a un certo punto la Bce disse: “O mettete questa clausola nella Costituzione o chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”. È una delle scelte di cui mi vergogno di più, penso che sia stato un errore e non tanto per il merito, che pure è contestabile, ma per il modo in cui ci si arrivò”.

L’art. 11 della Costituzione recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Ma come ci ha ricordato Gustavo Zagrebelsky: “La limitazione è prevista con l’obiettivo della pace e della giustizia tra le Nazioni, non per mettersi al servizio della finanza internazionale! L’obiettivo si è rovesciato: siamo in un momento in cui il potere economico ha sopravanzato il potere politico, ci si è alleato subordinandolo”.

Inoltre, non è affatto dimostrato che l’Unione europea “assicuri pace e giustizia tra le Nazioni”, ma soprattutto è violato il presupposto delle “condizioni di parità con gli altri Stati”: tale parità è infatti clamorosamente venuta meno negli ultimi anni a più riguardi. Si è avuto in particolare un evidente sbilanciamento delle politiche dell’Unione a favore degli Stati creditori, e in particolare della Germania (gli Übermenschen, i superuomini tedeschi), a scapito dei debitori (gli Untermenschen, esseri inferiori – vi ricorda qualcosa?). E la stessa Commissione europea anziché mantenersi imparziale tra i Paesi membri, ha accettato di diventare l’agente delle nazioni creditrici dell’Eurozona.

Salviamo la Costituzione

Non si contano, in questi anni, le dichiarazioni di esponenti politici del nostro Paese nel prendere atto dei problemi (e dei disastri) creati dall’attuale assetto istituzionale dell’Unione europea. Parallelamente c’è chi pensa che i problemi che oggi affliggono l’Europa si risolvano con “più Europa”. Un atteggiamento surreale che ricorda quello di chi pensa che i problemi dell’economia greca, drammaticamente aggravati dall’austerity, si risolvano con “più austerity”. Il problema non è quanta Europa si vuole, ma quale Europa, per fare cosa, e con quali valori e finalità. Se non è già troppo tardi, è necessario, per la nostra sopravvivenza, cambiare la direzione di marcia. E questa direzione deve tornare a essere quella indicata dalla nostra Costituzione. È questo il vincolo interno inderogabile che dobbiamo riproporre e sostituire al vincolo esterno rappresentato dai trattati europei e a ciò che essi hanno portato con sé: un anacronistico ritorno dello Stato minimo e del laissez-faire, appena riverniciato di modernità tecnocratica, che in particolare negli ultimi anni, ha dato pessima prova di sé, rendendo drammatica una crisi già severa. È ora di dire basta all’atteggiamento deresponsabilizzante del “ce lo chiede l’Europa”. Il prezzo pagato è stato elevatissimo, sia in termini di sviluppo economico che di equità sociale. Ma anche dal punto di vista dello svilimento e della perdita dei valori e dei diritti organicamente elaborati in una Carta costituzionale tra le più avanzate del mondo.
gdm

[1] Friedrich August von Hayek (Vienna, 8 maggio 1899 – Friburgo in Brisgovia, 23 marzo 1992) è stato un economista e sociologo austriaco. Pensatore liberista, è stato uno dei massimi esponenti della scuola austriaca e critico dell'intervento statale in economia.

[2] http://www.treellle.org/sintesi-del-sondaggio-diplomati-19-23enni-di-treellle-su-leducazione-alla-cittadinanza-nella-scuola

Bibliografia

Euro o democrazia costituzionale? - Luciano Barra Caracciolo

La Costituzione nella palude - Luciano Barra Caracciolo

Fondata sul lavoro - Gustavo Zagrebelsky

Il tramonto dell’Euro – Alberto Bagnai

Costituzione italiana contro trattati europei – Vladimiro Giacchè

https://www.studiocataldi.it/articoli/33426-storia-della-costituzione-italiana.asp

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/01/costituzione-70-anni-dopo-dal-lavoro-alla-giustizia-sociale-fino-alleconomia-la-nostra-carta-tradita-dalla-politica/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/22/scuola-la-costituzione-va-studiata-come-le-tabelline/2568994/

 

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[email protected] (Redazione VOX ITALIA) Blog Sat, 04 Apr 2020 14:27:01 +0000
L’Euro come strategia anti-italiana https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/25-l-euro-come-strategia-anti-italiana https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/25-l-euro-come-strategia-anti-italiana L’Euro come strategia anti-italiana

L'Euro è stato un danno all'economia del nostro Paese. Ecco le prove.

Le cronache del 1996 dimostrano in maniera documentata e incontrovertibile che l'entrata dell'Italia nell'euro è stata parte di una strategia punitiva contro l'Italia da parte di Germania e Francia.

Venticinque anni fa, il giornale di proprietà degli industriali, il Corriere della Sera, pubblicava in prima pagina il titolo «Italia quarta potenza mondiale».

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Oggi siamo solo terzi in Europa, ma come tasso di disoccupazione (fonte: ec.europa.eu/eurostat). Ma negli anni ’90 eravamo più ricchi di inglesi e francesi. Gli stipendi erano inferiori, ma il sistema Italia consentiva quasi a tutti di avere lavoro e casa di proprietà, rendendoci così tra i più benestanti in Europa. Il manifatturiero italiano era ai vertici mondiali, a dispetto di un territorio senza materie prime, e la bilancia dei pagamenti, quella che registra le importazioni e le esportazioni, godeva di ottima salute; e con lei le famiglie italiane. La domanda allora sorge spontanea:

Qual era il segreto di quella Italia?

Se andiamo a considerare il nostro modo di fare impresa c’era poco da stare allegri. Gli italiani erano (e sono) dotati di forte spirito di iniziativa e di molta fantasia nel trovare soluzioni alternative. Tuttavia, le imprese negli anni '90 erano mediamente piuttosto piccole, tranne i colossi di Stato, come quelli della telefonia e dell’energia.
A guidare il Paese c’erano Andreotti e Craxi. Il primo, riconosciuto colpevole di associazione per delinquere con Cosa nostra, benché lo stesso reato andò estinto per prescrizione, ma più noto per intrallazzi e voto di scambio. Bettino Craxi, che di socialista aveva solo l'etichetta, morì da latitante in Tunisia, accumulando varie condanne per corruzione, per circa 25 anni di reclusione. Inoltre l’Italia aveva nel 1991 ben 4 regioni in mano alla malavita organizzata: Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Nonostante queste problematiche, non certo marginali, eravamo la Quarta, dicasi quarta, potenza economica mondiale.

Infatti lo stesso Corriere della Sera del febbraio 1996 titolava: "Grazie alla Lira", articolo che esordisce con "Lira magica, unica, vera colonna dell'Italia...".

corriere grazie alla lira

E' chiaro che questo trend non poteva non suscitare la reazione dei nostri concorrenti. Arriviamo così ad uno dei titoli che hanno segnato la condanna dell'Italia: "Germania mai così in basso" e "Made in Italy mai così bene".

Italia bene Germania male 2b

 

A rincarare la dose, ci pensa una pubblicità circolata in Europa, sempre degli anni '90: "per ogni Volkswagen venduta in Italia, 8 Fiat vengono vendute in Germania. Per ogni Renault venduta in Italia, 3 Fiat vengono vendute in Francia. Per ogni Volvo venduta in Italia, 9 Fiat vengono vendute in Svezia". Rimarcando la potenza dell'export italiano, oltre che nel tessile, anche nel comparto auto.

 fiat lira 2

 

Si scatenano dunque le reazioni degli altri Paesi: ecco l'articolo di Repubblica del febbraio 1996: "La Francia contro l'Italia".

 Francia contro Italia

 Ecco cosa dice l'articolo: "La Francia non ha ancora 'digerito' la svalutazione della lira e avrebbe intenzione di tornare alla carica per punire il nostro paese". Secondo il settimanale L'Express, il governo parigino avrebbe intenzione di proporre al prossimo consiglio europeo che gli aiuti dell'Unione europea al nostro paese (agricoltura, Mezzogiorno) non vengano più pagati in Ecu, bensì in lire. L'eccedente così realizzato dalla Ue potrebbe essere versato nelle casse di agricoltori e industriali francesi e tedeschi, penalizzati dalle esportazioni italiane. L'ipotesi appare difficilmente praticabile, sia dal punto di vista politico sia da quello economico (l’Italia perderebbe centinaia di miliardi), ma la sua evocazione testimonia quanto sia forte l'ostilità francese nei nostri confronti."

L'Italia va punita

Chirac aggiunge: "Provengo da una regione agricola e mi risulta che non si esporta più nemmeno un vitello verso l’Italia". Quindi l'Italia aveva totalmente sbaragliato le altre nazioni, posizionandosi per questo come quarta potenza mondiale.
E dopo appena qualche mese, ecco svelato il "rimedio" su cui meditava la Francia, per penalizzare il nostro Paese.

 Chirac moneta unica

Dall'articolo di Repubblica dell'ottobre 1996 apprendiamo che:
"Fonti ufficiali francesi hanno chiesto un rapido ritorno della nostra moneta nel Sistema monetario europeo". Da qui il titolo dell'articolo "ci serve una moneta unica per controllare la lira". Cioè, serve una moneta unica per ingabbiare gli italiani.
I francesi vedevano quindi la nostra moneta, cioè la nostra sovranità, come il reale problema della Francia e della Germania. Sempre secondo l'articolo, Chirac ha parlato ad un pubblico fortemente esasperato contro l'Italia, un Paese che viene considerato il grande nemico industriale. E a questo punto, qual è la proposta francese? che l'Italia debba entrare assolutamente nello SME, quindi nel futuro Euro. Inoltre, il capo di stato francese, lamentando gli effetti negativi della lira sull'industria francese, dichiara: "non sono le iniziative del Sud-Est asiatico ad essere inquietanti per la produzione francese nel tessile, è la lira italiana". Nello stesso anno uno studio della Commissione dimostrava che non esisteva una relazione tra il deprezzamento della Lira e la crisi francese. E che il vantaggio competitivo dell'Italia derivava unicamente dalla sua posizione sovrana. Dunque le accuse francesi erano quasi del tutto infondate.

E arriviamo ora all'identificazione dei complici italiani che hanno "lavorato" per la realizzazione dell’obiettivo a cui miravano Francia e Germania.
Repubblica del 1996 titola: "Lira, l'Europa tifa per il ritorno nello Sme".

 europa ritorno nello sme

 

E di seguito: "il commissario europeo responsabile della politica economica e monetaria, si felicita della determinazione mostrata da Romano Prodi nell'annunciare che il rientro della lira nello Sme sarà un obiettivo prioritario del suo governo".

Infatti Chirac corre ad incontrare Prodi a Napoli, "chiedendogli" (possiamo immaginare cosa significhi nella realtà questo termine), l'immediato rientro dell'Italia nello SME e nel futuro Euro, come misura punitiva. Romano Prodi esegue e annuncia che "il rientro della Lira nello Sme sarà un obiettivo prioritario del suo governo". Lo stesso commissario europeo dichiara: "è qualcosa che può rendere solo felice la Commissione europea".

Romano Prodi rende quindi felice la Commissione europea. E dopo qualche anno, la Commissione Europea renderà felice Romano Prodi, nominandolo presidente della Commissione stessa con i voti favorevoli di (l'avreste mai detto?) Germania e Francia, che grazie a Romano Prodi e al rientro dell'Italia nello Sme e poi nell'euro, erano riuscite a neutralizzare il loro pericoloso concorrente.

Interscambio commerciale Italia Germania 2 
Gli effetti dell'euro

Infatti dal 2000, lo scenario comincia drasticamente a cambiare: la bilancia commerciale inverte il suo trend e l'Italia torna in deficit. Il reddito pro capite degli italiani cade a picco, perché diminuendo la produzione industriale, aumenta la disoccupazione, con conseguente calo del reddito. (fonte: Eurostat)

produzione industriale italia germania

 Allo stesso modo, notiamo che la produzione industriale italiana, che prima dell’introduzione dell’euro era superiore a quella tedesca, decresce vistosamente proprio a partire dal 2001, mentre la Germania guadagna conseguentemente, arrivando nel 2012 ad un +35% rispetto alla produzione italiana. (fonte GaveKal Data)

rapporto produzione italia germania 2 

L’influenza dell’entrata nell’Euro è ancora più evidente se consideriamo il rapporto tra produzione italiana e produzione tedesca, in relazione al transito della nostra valuta prima nello SME e poi nell’Euro.
Per semplificare, le frecce verdi rappresentano i periodi di sovranità della Lira, mentre le frecce rosse i periodi nei quali la Lira era agganciata all’Ecu o è stata sostituita dall'Euro. E' la dimostrazione che quando siamo padroni della nostra moneta, la nostra produzione cresce rispetto alla Germania.

numero miliardari 2

Lo spostamento della ricchezza

Con grave ritardo abbiamo realizzato che queste operazioni erano e sono, nel particolare, rivolte a deprimere i Paesi dove l’economia è sana, ma in generale sono solo parte della strategia di spostamento del potere e della ricchezza dal basso verso l’alto, in atto dal dopoguerra in tutto il mondo. Infatti, non a caso, negli stessi anni in cui si è impoverita l’economia di tanti Paesi, sono aumentati i super-ricchi in tutta Europa, e in particolare in Germania. (fonte: D. Hardoon, Oxfam GB).

Come conseguenza, in Europa il settore dei beni di lusso è cresciuto del 28% tra il 2010 e il 2013 (fonte: Frontier Economics, “The contribution of the high-end cultural and creative industries to the European economy”, 2014).

disoccupazione italia germania 2

Ma parallelamente, per via della contrazione della produzione, le fabbriche italiane hanno cominciato a chiudere e la disoccupazione ad aumentare. Vale la pena evidenziare come alla diminuzione dell’occupazione in Italia, corrisponda in modo complementare, l’aumento di occupazione in Germania. Nel 2014 la Germania segna il tasso di disoccupazione più basso della sua storia al 5%, e l'Italia segna il suo più alto a 12,7%.
(Fonte: elaborazione Vox Italia su dati Eurostat - Total unemployment rate TPS00203)

Il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro

Non dimentichiamo che questa situazione è anche sostenuta dalla perdita di un altro strumento di sovranità monetaria, già avvenuta nel 1981, che in soli 15 anni dal suo avvio è costato agli italiani oltre 1.000 miliardi di euro, per poi continuare a gravare sulla nostra economia fino a soffocarla. Si tratta del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, per volere dell’allora ministro DC Beniamino Andreatta. Con un atto palesemente anti-democratico, cioè, senza consultare il Parlamento, ma con una semplice corrispondenza epistolare con l’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, Andreatta mise fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo.

divorzio bankitalia tesoro 2

 Venne infatti rimosso l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), che aveva consentito fino ad allora al nostro Paese di tenere sotto controllo il debito pubblico. A questo punto, anticipando quanto sarebbe avvenuto successivamente con l’ingresso nell’Unione Monetaria, l’Italia per finanziare la propria spesa fu costretta ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza. Gli effetti furono immediati: sempre ragionando in euro, i 142 miliardi di debito del 1981 (58% del Pil) dopo tre anni erano raddoppiati; dopo quattro, triplicati (429 miliardi), superando quota 1.000 nel 1994, pari al 121% del Pil.
Ma cosa spinse Andreatta a questa devastante decisione? Come raccontò lui stesso dieci anni dopo in una lettera pubblicata sul Sole 24 Ore, questo stravolgimento strutturale era necessario per salvaguardare i rapporti tra Unione Europea e Italia. Ad essere in pericolo era infatti la partecipazione del nostro Paese all’interno dello Sme, ossia l’accordo precursore del sistema Euro. Secondo Andreatta: “L’imperativo era cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole”. Benchè questa spiegazione non esaurisca tutti i dubbi sul deliberato danno provocato all'Italia, rimane comunque evidente che sia Andreatta che Ciampi abbiano agito in violazione del rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, allo scopo di eseguire ordini sovranazionali di matrice neoliberista.

think tank Cep

A conti fatti, grazie alla moneta unica, in 20 anni ogni tedesco ha guadagnato €23.000, e ogni italiano ne ha persi 75.000. Non lo dicono i complottisti italiani, ma un report del think-tank tedesco Cep (Centre for European Policy) di Friburgo.

Cui prodest?​

Spesso ci si chiede perché tanti dei nostri rappresentanti in Parlamento siano venuti meno ai doveri derivanti dal loro incarico, agendo in aperto contrasto con la Costituzione e con gli interessi del popolo italiano. E allora ricordiamo come questi personaggi, che hanno favorito i nemici dell'Italia sono stati ringraziati.

  • Beniamino Andreatta, a quei tempi membro del Bilderberg (in futuro parteciperà alla riunione sul Britannia): eletto alla vicepresidenza del Partito Popolare Europeo nel 1984, grazie al sostegno del cancelliere tedesco Helmut Kohl.

  • Romano Prodi (allievo di Andreatta), membro del direttivo del Bilderberg: insignito della legion d'onore dal Presidente della Repubblica francese.

  • Mario Monti, Presidente del Consiglio, membro del direttivo del Bilderberg: nominato membro della commissione Attali per il rilancio della Francia (cioè del nostro maggiore concorrente).

  • Enrico Letta, Presidente del Consiglio, ha sostituito Monti al Bilderberg nel 2012 e poi lo sostituirà al governo del Paese: insignito della legion d'onore dal Presidente della Repubblica francese.

Tutti italiani che hanno lavorato per Francia e Germania.

  • Sandro Gozi, sottosegretario PD agli affari europei con Renzi e Gentiloni, membro del Bilderberg: insignito della legion d'onore dal Presidente della Repubblica francese, alle prossime elezioni europee si candida con Macron, l'anti-italiano numero 1 al mondo. Questa era dunque la persona che doveva fare gli interessi dell'Italia in Francia?

La legion d’onore è l'onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica francese. Finora ne sono stati insigniti 13 politici del PD, 3 di Forza Italia, più Emma Bonino (+Europa).

Questi fatti dimostrano ancora una volta che le organizzazioni sovranazionali stanno da tempo infiltrando i propri uomini ai vertici del governo del Paese e della Ue, per raggiungere l’obiettivo affidato loro dalla classe dominante, cioè di proseguire con ogni mezzo nella redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto; strategia mondialista e anti-democratica in atto negli ultimi quarant’anni.

gdm

bce disastro euro

Bibliografia

​La fabbrica del debito dell'usura e della disoccupazione - Savino Frigiola
La Matrix Europea: Il piano di conquista del Cartello Finanziario in Italia - Francesco Amodeo
Il denaro, il debito e la doppia crisi - Luciano Gallino
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/20/bettino-craxi-tangenti-per-miliardi-a-domicilio-ecco-perche-fu-condannato/3329146/
https://scenarieconomici.it/i-successi-lira-raccolta-articoli-giornalistici/
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/02/17/la-francia-contro-italia-la.html
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/10/01/chirac-moneta-unica-per-controllare-la-lira.html

 

 

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[email protected] (Redazione VOX ITALIA) Blog Mon, 16 Mar 2020 15:36:07 +0000
MES - Un rischio per gli italiani https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/24-mes-un-rischio-per-i-risparmiatori-italiani https://voxitalia.net/comunicazione-media/vox-blog/item/24-mes-un-rischio-per-i-risparmiatori-italiani MES - Un rischio per gli italiani

MES. Un rischio per i risparmiatori italiani

Perché esiste il Mes

Come è noto, le maggiori banche europee hanno accumulato debiti enormi prima e durante la crisi, a causa della finanza ombra e del denaro che gli stessi istituti bancari hanno privatamente creato dal nulla e utilizzato per concedere ampi crediti senza avere in bilancio i relativi fondi. In diversi Paesi Ue il totale di questi debiti privati è addirittura superiore ai rispettivi debiti pubblici.

In questa fase le banche hanno convinto i governi e i politici che li sostengono, che se anche solo alcune di esse avessero dovuto fallire, ne sarebbe seguito un disastro per l’intera economia europea. Forti di questa infondata minaccia e consapevoli del fatto che, dopo gli stanziamenti a garanzia delle banche, nei bilanci statali non esistono più risorse sufficienti per salvare una seconda volta le banche, la Troika (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale) ha lavorato alla diffusione dell’idea che la crisi delle banche fosse una crisi degli Stati, creando emergenze fittizie per travalicare la sovranità degli stessi Stati.

Il drenaggio di capitali dagli Stati verso le banche ha ovviamente creato dei vuoti nei bilanci statali, così i governi hanno deciso di avviare una rigorosa politica di austerità volta a ridurre soprattutto le spese, a cominciare dalle aree strategiche per i cittadini: pensioni, sanità e istruzione.
Le politiche di austerità sono state declinate sia in ambiti nazionali, come la famigerata riforma delle pensioni introdotta in Italia dal governo Monti nel 2011, sia in severe imposizioni partorite a Bruxelles. Tra queste ultime: il Memorandum di intesa imposto alla Grecia; il “patto fiscale” (Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance), approvato nel 2011 a larga maggioranza dal Parlamento italiano senza alcuna discussione sulle prevedibili disastrose conseguenze; infine l’istituzione del MES (Meccanismo europeo di stabilità).

 

La strategia anti-democratica

Negli anni immediatamente successivi, le politiche di austerità presentate dai nostri governanti come sicuri rimedi per la crisi, in realtà l’hanno aggravata e prolungata. La stagnazione dell’economia si è trasformata in una severa recessione. Il caso italiano è indicativo al riguardo, ma lo stesso è riscontrabile in altri Paesi europei, inclusa la Germania.
Non ci si può non interrogare sulle motivazioni della mancata comprensione da parte dei ministri, dei presidenti del Consiglio e dei capi di Stato che l’austerità, nella situazione di crisi, fosse una ricetta suicida dal punto di vista economico, se non anche da quello politico, per le recessioni di lunga durata che hanno prodotto. Ma sappiamo benissimo che tali politiche sono conformi al volere della classe dominante, il cui obiettivo non è certo quello di risanare l’economia, ma piuttosto di perseguire con ogni mezzo la redistribuzione della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto. Strategia anti-democratica in corso da oltre trent’anni, coadiuvata da organizzazioni quali Bilderberg, Trilaterale, Gruppo dei 30, e da banche internazionali, quali Goldman Sachs, Morgan Stanley, J.P. Morgan, Rothschild, Schröder.


Ad ulteriormente motivare i governanti ad adempiere alle prescrizioni della Ue ed a creare un clima politico favorevole alle violazioni della democrazia, sono state messe in atto due strategie. La prima è consistita nel camuffare la crisi come se questa non avesse origini nel sistema bancario, ma fosse dovuta al debito eccessivo degli Stati, provocato, secondo loro, dall’eccessiva spesa sociale. “Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità”, vi ricorda qualcosa? La seconda strategia è stata quella di prospettare l’ipotetico debito eccessivo come una grave emergenza da risolvere. Pertanto in una situazione emergenziale, i Parlamenti non possono far altro che obbedire ai diktat, perché “ce lo chiede l’Europa”. In questo modo, poche decine di persone non elette possono travalicare il potere di governi democraticamente eletti.


Cos’è il Mes

Forti di questi presupposti e coordinati dal Consiglio europeo, il 2 febbraio 2012 gli ambasciatori dei Paesi Europei hanno firmato il Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), come versione permanente del precedente meccanismo di stabilizzazione, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (ESFS), che era temporaneo stato creato a giugno 2010 per contrastare la montante crisi economica europea.
Il Mes, da alcuni ribattezzato “Morire per l’Europa Subito”, è un’istituzione comunitaria affine a una banca, atta a fornire, a certe condizioni, che vedremo meglio di seguito, assistenza finanziaria agli Stati membri che presentino difficoltà di bilancio. Questa assistenza consiste in un dispositivo che ha introdotto la norma della “condizionalità”. Vale a dire che l’aiuto finanziario viene accordato solo agli Stati dell’Eurozona che, in cambio, si impegnino a mettere in opera un programma di riforme. Più precisamente, come viene definito in maniera orwelliana nel regolamento del Mes, “programma di aggiustamento macro-economico”, naturalmente coerente con le tendenze neo-liberiste imperanti. Di fatto, tali tendenze coincidono sempre con la privatizzazione dei servizi pubblici, con la riduzione dei salari, con la contrazione della spesa pubblica, con la soppressione di ogni limitazione alla circolazione delle merci. È così che viene perpetrato il ricatto dell’ausilio finanziario condizionato.
Notiamo come si auto-alimenta questo circolo perverso: dato che ben difficilmente gli Stati approverebbero misure auto-lesioniste, vengono artificiosamente create condizioni economiche che necessitano di aiuti finanziari, e questi aiuti arrivano solo se gli Stati adeguano le loro politiche agli obiettivi della Commissione europea, che quasi sempre divergono dagli interessi nazionali; ma questi obiettivi non possono che peggiorare ulteriormente i conti economici e lo stato sociale, oltre ai debiti che gli stessi Stati dovranno rimborsare, cosicché saranno necessari ulteriori “aiuti” e il processo si auto-sostiene a tempo indefinito.
Il Mes diventa quindi lo strumento con il quale gli Stati europei “aiutati”, vengono privati della loro autonomia politica. Questi stessi Stati si vedono costretti, per non precipitare nella miseria, ad accettare riforme che sono dettate dall’esterno e che sono sempre a beneficio dell’oligarchia finanziaria e a nocumento dei ceti medi e delle classi lavoratrici. La BCE potrà infatti trattenere discrezionalmente la liquidità dei sistemi bancari degli Stati membri che si rifiutino di seguire i suoi precetti sulle politiche di bilancio, settori pubblici e sistema dei salari.

 

I soldi del Mes

Con il Mes, il peso decisionale dei Paesi dell’Unione europea risulta proporzionale ai versamenti effettuati al fondo comune. Con l’ovvia conseguenza che la Germania, ancora una volta, può imporre i suoi interessi a tutta l’Europa, senza dover ricorrere alla tradizionale strategia militare e imperialista. È dunque chiaro che l’obiettivo degli “aiuti” è quello di imporre il debito: lo Stato che chiede l’aiuto non viene aiutato, ma in realtà si indebita, si mette da solo il cappio al collo e viene in pratica sequestrato, senza possibilità di liberazione.
E da dove provengono i capitali che “generosamente” il Mes dispensa agli Stati? Ai sensi dell’art. 8 del Trattato, gli Stati membri debbono fornire “in via irrevocabile e incondizionata” il loro contributo al capitale azionario autorizzato: 7 milioni di azioni da centomila euro ciascuna, pari a 700 miliardi di euro a regime, 500 miliardi di euro per cominciare. L’Italia, che stava tagliando migliaia di posti letto negli ospedali ed elevando l’età di pensionamento a 66 anni, avrebbe contribuito con 125,4 miliardi, da versare in cinque rate annuali. Ad oggi (dicembre 2019), sommando i miliardi versati al Mes con quelli dati in forma di prestiti bilaterali o di prestiti tramite il EFSF ad altri Stati europei (la cifra si trova nel bollettino di Banca d’Italia) si arriva a un totale effettivamente versato di circa 59 miliardi; la metà di quanto previsto. L’Italia è il terzo contributore del Meccanismo europeo di stabilità, il cui patrimonio, negli ultimi anni, è servito ad aiutare Irlanda, Cipro, Portogallo, Spagna e Grecia (due volte). Noi non ne abbiamo mai usufruito. È vero che, sulla carta, si tratta di prestiti, ma ci sono forti dubbi sulla possibilità dell’effettiva restituzione. Già l’Irlanda ha chiesto una proroga dei termini a 40 anni.
Ora pensiamo quante problematiche interne irrisolte avremmo potuto sanare con questi 59 miliardi. Dall'emergenza coronavirus, alle scuole, alle strade, all’ex-Ilva, ai dissesti idro-geologici, creando migliaia di posti di lavoro. Invece sono finiti nelle banche tedesche e francesi, che erano creditori di Cipro, della Spagna e della Grecia.
Secondo il Mes gli Stati membri dell’Unione non possono ricevere prestiti dalla loro Banca centrale, ma le banche private sí (al tasso dell’1% o inferiore). Però il Mes ha facoltà di chiedere prestiti alle banche private, al tasso corrente di mercato, di certo superiore all’1%. Dopodiché lo stesso Mes potrà prestare denaro agli Stati che ne fanno domanda, a un tasso che certamente sarà superiore a quello delle banche. Si è quindi creato un meccanismo speculativo finanziato dagli stessi Paesi dell’Eurozona, in grado di generare elevati guadagni per il sistema bancario, per via di questa catena di transazioni.


Il Mes in azione

Il primo Paese europeo a “beneficiare” del Mes è stato la Grecia. Il 9 febbraio 2012 la Ce, la Bce e il Fmi hanno inviato al governo greco un Memorandum di 51 pagine contenente le misure da adottare obbligatoriamente per poter accedere agli “aiuti” finanziari. Pesanti le misure imposte in tema di condizioni di lavoro: riduzione del 22% del salario minimo stabilito dai contratti collettivi, mentre per i giovani sotto i 25 anni, la riduzione è stata del 32%. Seguono una serie di regole che vanno dall’esclusione dei bambini dalle liste di sicurezza sul consumo di alcuni alimenti, alla distanza minima tra pompe di benzina e luoghi in cui si radunano gruppi di persone. Il messaggio occulto che si cela dietro questa apparente precisione maniacale è fin troppo chiaro: “cominciate ad abituarvi al fatto che qualcun altro, al di fuori del vostro Paese, stabilirà le norme che regolano i vostri comportamenti quotidiani”. Concetti che riecheggiano i diktat militari in tempo di guerra.
Infatti Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo disse in un’intervista del 2011 che per ottenere che la Grecia facesse fronte ai suoi doveri, la sua sovranità sarebbe stata “massicciamente limitata”.
Ora la domanda è: a quale Paese verrà inviato il prossimo Memorandum?
C’è da chiedersi se tra i parlamentari italiani che hanno approvato il Mes (vedi Tabella 1), qualcuno avesse una vaga idea di quale perdita di sovranità economica e politica ciò abbia comportato, e quale ferita rappresenti per la democrazia.


Mes 2.0

Ma non finisce qui. Ci troviamo ora alla seconda versione del Mes, manco a dirlo, peggiorativa per noi. Questa istituzione, che già ha teoricamente a disposizione 705 miliardi, potrebbe chiederne ancora, a seconda dei suoi bisogni e da versare, da parte dei Paesi aderenti, entro 7 giorni. Tali “bisogni” sono stabiliti unilateralmente dalla stessa Istituzione che detiene il capitale. Come se non bastasse, sempre secondo lo Statuto del Mes, tutti gli appartenenti a questo organismo sovra-nazionale godono della totale immunità e impunità penale.
Qui sorge un’altra domanda: “è mai possibile che esista un’organizzazione che può chiedere ingenti somme agli Stati membri, a sua totale discrezione, e non doverne rispondere?”.
Sembra un’assurdità, e invece l’articolo 35 della riforma del Mes prevede che ci sia l’immunità per la Presidenza, per il Consiglio, per la Direzione generale, e per i funzionari (tutta una struttura pagata da noi contribuenti). Esiste cioè la totale ed insindacabile immunità per tutti, qualsiasi cosa facciano questi impiegati privati nell’esercizio delle loro funzioni. E non sono giudicabili, né punibili. È evidente a tutti che questa norma è da considerare di assoluta gravità, per il suo potenziale anti-democratico e deresponsabilizzante di un gruppo privato e non eletto che gestisce i nostri soldi. Mai nella storia recente si è verificato un superamento di quello che è stato uno dei principi illuministici fondamentali, cioè la separazione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Ratificare da parte dei Parlamenti, obbligati dal potere finanziario, che ci sia un organismo sovra-nazionale in grado di condizionare i governi, al di fuori dell’organo giudiziario, cioè non giudicabile da nessuno, significa partorire un mostro. Significa che il principio di uguaglianza davanti alla Legge vale per tutti i cittadini, ma non per i membri del Mes. Superare questo principio illuministico è di una gravità inaccettabile!

Già questo argomento sarebbe sufficiente a rifiutare in blocco il Mes. Ma evidente ciò non ha creato il minimo allarme nei nostri rappresentanti al Parlamento, che anzi hanno dato il loro assenso a questa bomba ad orologeria. Alle riunioni dell’Eurogruppo del Giugno 2019 infatti, hanno presenziato Alessandro Rivera, direttore generale del Mef (Ministero dell'economia e delle finanze), Giovanni Tria, ministro dell’Economia, e Giuseppe Conte, auto-battezzatosi come “avvocato del popolo”, per quanto la validità di questo auto-battesimo non è ancora stata confermata dai fatti. Il mandato che Conte aveva ricevuto dal Consiglio dei Ministri era chiaro: “il Mes non deve passare; ci si deve opporre a tutti i livelli” e nella risoluzione era specificato che il Parlamento avrebbe dovuto essere preventivamente informato prima di dare qualsiasi assenso o approvazione, opponendosi a qualsiasi clausola favorevole al principio di condizionalità per ottenere i fondi.

 

Come avviene il ricatto del MES

Per chiarezza, torniamo sul concetto di condizionalità, già spiegato più sopra, perché è un punto critico. In pratica l’Italia fornisce i miliardi al fondo del Mes; successivamente il fondo può essere utilizzato per aiutare altri Stati, ma l’Italia non può ricevere finanziamenti, perché i nostri parametri relativi al debito non lo permettono. E se uno Stato non rientra nei parametri di debito, cioè la cui stabilità finanziaria è giudicata insufficiente, bisogna necessariamente passare per la ristrutturazione del debito. La ristrutturazione del debito è simile alla rimodulazione delle imposte: il valore del debito viene tagliato. Quindi, ad esempio, con una ristrutturazione del 20%, se un risparmiatore possiede 10.000 euro di BTP, anche se fossero all’interno di un Fondo d’investimento, se ne ritrova 8.000 euro.
E perché viene fatta la ristrutturazione? In situazioni normali, se un Paese attraversa un momento di difficoltà, dato che ha la sua moneta, la svaluta; e i creditori esteri si trovano il loro credito con un valore un po’ inferiore, quindi ci perdono; mentre non cambia nulla per i cittadini del Paese che ne detengono i titoli di Stato. È chiaro che passando dalla svalutazione al taglio del nominale del debito, non saranno più i creditori esteri a perdere soldi, ma chi quel debito lo possiede, cioè i risparmiatori del Paese “ristrutturato”. E dato che circa il 75% del nostro debito pubblico è nelle mani degli italiani, significa che a fare le spese di questo disastro sarebbero proprio i risparmiatori italiani.
Lo stesso professor Giampaolo Galli, nella sua audizione presso la Commissione Bilancio (6/11/2019), oltre ad aver paragonato il Mes ad una pistola puntata alla tempia degli italiani, ha dichiarato: “La nostra opinione su questo punto è che l’idea di una ristrutturazione "early and deep” non avesse senso nella Grecia del 2010 e, a maggior ragione, non abbia senso nell’Italia di oggi. In particolare, occorre considerare che l’Italia ha risparmio di massa e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra. Nessun governo può prendere una decisione del genere…” (la relazione si trova sul sito della Camera).
Comincia quindi a chiarirsi l’idea folle che sta alla base del Mes: in un momento di grave crisi economica, l’Italia dovrebbe sborsare miliardi (ne abbiamo già versati 59) per aiutare altri Paesi, quando siamo proprio noi ad averne maggiormente bisogno. Ma se fosse proprio l’Italia a dover percepire un aiuto economico, peraltro ricevendo in prestito i nostri stessi soldi precedentemente versati, non potremmo ricevere neanche un euro se prima non operiamo il taglio nominale dei nostri risparmi. E questo sarebbe davvero un suicidio. Perché se investendo nei titoli di Stato, ci saranno buone probabilità di non riavere indietro il proprio denaro, chi acquisterà ancora i BTP? Così si rischia il fallimento di un’intera nazione. C’è sempre qualcuno disposto a vendersi per l’estero, ma qui crolla la logica di aiutare i Paesi in difficoltà, dato che non ha senso fornire aiuti ad altri Paesi rovinando i risparmiatori italiani. E qui il termine “risparmio” è inteso in senso ampio, perché i titoli di Stato compongono il capitale di Fondi pensione, pensioni integrative, assicurazioni sulla vita, ecc. Quindi anche chi non detiene direttamente BTP verrà danneggiato dalla ristrutturazione del debito. Il fallimento di Banca Etruria, benché si trattasse di semplici obbligazioni subordinate, avrebbe dovuto insegnare qualcosa ai nostri rappresentanti in Parlamento, visto che all’Italia è costato 1,5 miliardi per risarcire i risparmiatori. L’ultimo degli economisti mai si avventurerebbe in trattative che prevedano la ristrutturazione del debito. Perché l’Italia ha approvato il Mes nel 2012 e ora qualcuno vuole firmare condizioni anche peggiorative? Forse i governi che parlano di immigrazione o di ius soli, meglio farebbero a dirigere i loro sforzi verso attività prioritarie che davvero possano tutelare gli italiani. O forse non è questo il loro obiettivo?
gdm

 

Tabella 1 - Camera - votazione n. 13 (seduta n. 669 del 19/07/2012)

Trattato di istituzione del MES - Ddl 5359 - voto finale

Gruppo

Favorevoli

Contrari

Astenuti

Assenti

In missione

Futuro e Libertà

14

0

0

9

2

Gruppo Misto

19

0

3

25

5

Italia dei valori

0

0

13

5

2

Lega Nord

0

51

0

7

1

Partito Democratico

168

0

0

34

3

Popolo della Libertà

83

2

20

91

12

Popolo e Territorio

11

0

0

10

0

Unione di Centro

30

0

0

7

1

Totali

325

53

36

188

26

 

MES - Aggiornamento 9 marzo 2020

L'Eurogruppo pubblica l'Ordine del giorno della riunione del prossimo 16 marzo 2020.
Prima l'approvazione del Mes (ESM), poi il backstop per mettere al sicuro le grandi banche e infine, se resta tempo, l'emergenza coronavirus.
Tanto per rendere chiaro a tutti le priorità di Bruxelles.

 16Marzo2020 agenda 02

 

Bibliografia:

Compendio di diritto dell'Unione europea 2019 - Flavio Cassandro
Il colpo di Stato di banche e governi – Luciano Gallino
Il denaro, il debito e la doppia crisi - Luciano Gallino
La fine della sovranità. La dittatura del denaro che toglie il potere ai popoli - Alain de Benoist
https://parlamento16.openpolis.it/votazione/camera/trattato-di-istituzione-del-mes-ddl-5359-voto-finale/39325

 

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[email protected] (Redazione VOX ITALIA) Blog Fri, 13 Mar 2020 14:05:45 +0000